Terzo e ultimo capitolo della Trilogia della montagna, il ciclo di romanzi che racconta le vicende degli stagionali del cotone in Turchia. Interi villaggi di montagna che, all'affacciarsi dell'autunno, scendono verso le pianure per far da manodopera (spesso con retribuzioni schiavistiche) nella raccolta del bianco fiore, di cui le nostre t-shirt immemori poco sanno o vogliono sapere. Yashar Kemal, con la sua affabulazione fluviale, trascina il lettore dentro questo mondo a sé, con la maestria dello sciamano, del cantore epico e del narratore socialista.
Un racconto leggero almeno quanto le 111 pagine (12,00 euro) che lo contengono. Yusuf Yeshilöz, curdo emigrato in Svizzera, ci racconta (in tedesco, traduzione di Claudia Zonghetti) la vita del villaggio curdo in cui trascorse l'infanzia. Con uno stile che stile non è, data l'estrema trasparenza e la quasi mancanza d'ogni artificio letterario, ricostruisce la quotidianità di un villaggio dell'est anatolico, pur facendo percepire sottotraccia la nostalgia di una gioventù lasciata, oltre che indietro nel tempo, lontano nello spazio.
Il sultanato di Abdühamit II (1876-1908) rappresenta senza dubbio per ogni turco un punto di svolta. Se non ufficialmente, almeno nei fatti esso è l'ultimo vero sultanato ottomano. Qualcosa di tremendamente lungo si chiude e qualcos'altro dolorosamente si apre. In quel trentennio, una strana schizofrenia, propria del sultano, si rifletteva in tutta la società di Istanbul. Nel corpo del “malato d'Europa”, un microbo esiziale era già a uno stato avanzato del suo corso; come una peste culturale, venuta dall'Occidente, da Parigi, sfondava le difese immunitarie, fatte di tradizionalismo, repressione cieca e conservatorismo.
Chiunque, anche tangenzialmente, si sia accostato allo studio della letteratura curda, avrà dovuto scontrarsi con la scoperta della sua natura soprattutto orale. Popolo di pastori transumanti, di nomadi, di guerriglieri, i curdi nell'arco della loro storia hanno accumulato un patrimonio immenso, e soprattutto difficilmente quantificabile, di storie, narrazioni, canzoni, leggende. Pur non mancando esempi, anche alti, di letteratura scritta a partire dall'XI secolo, si può tranquillamente affermare che l'indole più genuina delle lettere curde sia legata all'oralità.
(Sperando di fare cosa gradita al lettore curioso italiano, traduciamo dal turco, previa gentile concessione dell'autore, un articolo di Fehim Işık intitolato La letteratura classica curda e apparso on-line sulla gazzetta «Ilke Haber» il 19 Gennaio 2010. Fra le tante altre che meritano attenzione, la letteratura curda è una di quelle che necessitano di una particolare cura, date le minacce che da più di un secolo ne minano l'esistenza e la libertà. Nonostante tutto però non molla, non muore. Il Novecento è passato anche per insegnare che in condizioni estreme la letteratura è uno degli strumenti più affinati di resistenza e di persistenza.
Variazioni sulla solitudine: efficacissimo il titolo della Prefazione firmata da Giampiero Bellingeri.
"La Conga con Fidel", di Nazım Hikmet, scrittore socialista (Robin Edizioni, pagg. 100 circa, euro 10 esatti). Ci si aspetterebbe di sentir suonare il trombone e la grancassa, gli scintillii lucenti delle esaltazioni epiche, gli strilli rivoluzionari. Ma Hikmet non possedeva la penna adatta a suonare la tromba o la marcia.
Ambiguo è il destino editoriale italiano di Nazım Hikmet Ran. Mentre numerosi blog traboccanti di sentimento sovrappongono i suoi versi più famosi a paesaggi marini, a prati in fiore e a roselline, le pubblicazioni serie che lo riguardano sono ferme, in qualche modo, agli anni Settanta e al lavoro di Joyce Lussu. Il capolavoro del poeta “Paesaggi umani”, dopo essere stato stampato parzialmente dalla Farheneit 451 nel lontano 1992, aspetta ancora di essere pubblicato completamente.
Seconda guerra mondiale. Germania nazista e URSS schierate sul campo. I loro movimenti raccontati dalle voci gracchianti delle radio. Un latitante politico, comunista nella giovane Repubblica Turca, autoritaria e filotedesca. Una baracca in cui nascondersi. Poi un giorno una passeggiata all'aria aperta, il morso di un cane al polpaccio. Un cane rabbioso, forse. L'incubazione della rabbia dura quarantun giorni, prima che sopraggiunga la paralisi. Quarantun giorni d'attesa nella baracca. Ogni giorno una linea bianca sul legno della porta. Ogni linea un capitolo del libro. Nascosto come un topo, nella paranoica attesa degli effetti della malattia, nella consapevolezza che gran bella cosa è vivere.
"La rivoluzione del 1908 scoppiò a luglio. Eruppe in una furia cieca, sradicando istituzioni vecchie di secoli, abbattendo anziani tiranni come fossero alberi, sconvolgendo completamente l'ordine politico e sociale. La confusione era tale che nessuno era in grado di dire cosa fosse cosa e chi fosse chi. Nel frattempo gli esiliati del vecchio regime ritornavano, nave dopo nave.
“[...] la tristezza di questa cultura che moriva insieme all'impero era ovunque. Lo sforzo per l'occidentalizzazione mi è parso sempre trarre origine, più che dal desiderio di modernizzazione, dalla voglia di liberarsi degli oggetti carichi di tristi e dolorosi ricordi rimasti fra le rovine di quel mondo, proprio come si buttano via gli abiti, i gioielli, gli oggetti e le struggenti fotografie di una persona amata morta all'improvviso.
La definizione che ci verrebbe più istintiva è quella di miscellanea, nonostante l'opinione dell'autore secondo la quale “l'opera è plasmata come una sequenza coerente di frammenti autobiografici, di memorie, di meditazioni”. Per i neofiti potrebbe essere un ottimo strumento di accesso al mondo letterario di Pamuk, mentre per gli appassionati è il modo migliore per chiarirsi carattere, idee e posizione (politica e letteraria) dell'autore.
“Il pavone è il messaggero della divinità del ricordo” (pag.11).
Prima di accingermi a scrivere le note sul terzo libro di Murakami Ryū pubblicato in Italia, riflettevo sull’opportunità o meno di esprimere le mie personali considerazioni sulla scelta relativa alla traduzione del titolo originale e naturalmente sulla copertina. La risposta che mi sono data è che non riesco proprio ad esimermi quantomeno dal sottolineare l’impietosa scelta editoriale che si presenta, come al solito, una tipica operazione italiana. Il mio appunto va principalmente sul titolo certamente rispondente a logiche commerciali, ma mi pare che si finisca per svalutare il già esiguo riconoscimento a questo scrittore dall’ingegno prolifico e potente.
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