“Una sera lui le raccontò del cinquantesimo anniversario della rivolta del 1916, caduto prima che lui se ne andasse. I vecchi preti che, in classe, annaspavano nel tentativo di trovare le parole giuste per esaltare gli eroi morti, tricolori malridotti che sventolavano sopra la scuola e giovani preti, molto belli, che recitavano la poesia di Patrick Pearse. 'Quando arrivarono le bombe in Irlanda' disse Liam, 'e diedero la colpa a noi, alla classe lavoratrice irlandese, capii che erano loro i colpevoli, quei preti, la gente che aveva mentito sulla gloria di certi gesti. La violenza non è, e non sarà mai, gloriosa” [Hogan, “Ricordi della Swinging London”, in “L'ultima volta”, Playground, 2012, p. 80]
Come reagireste se domani i mezzi d’informazione annunciassero che qualche simpatico cervellone ha inventato una macchina capace di predire, dopo l’analisi di una vostra goccia di sangue, le modalità della vostra morte? Non quando accadrà ma come schiatterete e che quel come non fosse così chiaro come magari vi potreste aspettare ma con delle frasi tipo “Non facendo ciao ma annegando” o “Mandorla”? o “Ucciso da Daniel?” Probabilmente rimarreste agghiacciati ma forse, in fondo al vostro cervello, sorgerebbe il desiderio di provarla o farla provare a qualcuno che vi sta accanto e per il quale magari non provate un grande affetto.
Il sottotitolo scelto dall'editore italiano ha il merito di essere estrememante chiarificatore per quel che riguarda la personalità dell'autore e gli scopi del suo scritto: "Diario 1913-1916. Le memorie dell'ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni dello sterminio degli armeni". Immigrato in America dalla Germania all'età di dieci anni, avvocato di successo, l'ebreo Henry Morgenthau legò le fortune della sua carriera diplomatica a quelle del Presidente W. Wilson, di cui sosteneva le campagne elettorali.
Dopo 70 anni il soldato inglese, Denis Avey, decide di raccontare, insieme al giornalista della BBC Robert Broomby, la sua storia di guerra. Prende così via un lungo racconto che ci porterà a rivivere una lunga parte della storia dell'ultima guerra mondiale. Chi parla è Denis Avey, oggi novantatreenne, un soldato che si autodefinisce fin dall'inizio una persona ribelle e determinata. La sua storia inizia il 22 gennaio del 2010, giorno dell'assegnazione dell'onorificenza 'Eroi dell'Olocausto', da parte del premier inglese dell'epoca Gordon Brown. Denis Avey era stato incluso tra i ventisette inglesi che si potevano fregiare di quella medaglia d'argento 'per i servigi resi all'umanità'.
Leggendo "Alla ricerca del piacere" di Richard Mason (Einaudi), si ha la sottile e persistente sensazione di essere sul punto di essere sorpresi da qualcuno, che non dovrebbe vederci né saperci in atti così lubrichi, proprio quando il piacere sta scivolando fuori dalla propria carne. Si ha dunque il tremito eccitante del gioco bilanciato nel proprio animo tra paura ed eccitazione, si vive la passionale ascesa del fisico che spinge, si getta e affonda con ogni suo poro nell’incomprensibile varco del godimento.
"Esistono molti modi di scrivere diari come questo. Comincio a diffidare delle descrizioni, e anche di quegli adattamenti spiritosi che trasformano l'avventura di un giorno in narrazione; mi piacerebbe scrivere non soltanto con l'occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze".
"Sotto il comunismo Praga era una città grigia, triste”, mi dice socchiudendo gli occhi e guardando alle mie spalle, verso il fiume e, oltre quello, ai pendii verdi del parco. “Ma per gente come i cineasti era il paradiso. Il governo comunista sovvenzionava tutti i film. Il profitto era proibito. Se facevi profitto, sfruttavi il proletariato. Si facevano trenta, trentacinque film l’anno, contro i dieci o dodici di adesso. […] Sì, se c’era una cosa che i comunisti rispettavano, quella era la cultura”. Ribadisce un punto che tante volte ho sentito durante questo viaggio: nella vecchia generazione, la nostalgia per il comunismo è forte.
La casa di vetro citata nel titolo di questo convincente ed appassionante romanzo di Simon Mawer esiste davvero. Si trova a Brno, nella Repubblica Ceca, si chiama Villa Tugendhat, è stata disegnata dall'architetto Ludwig Mies van der Rohe ed è entrata a far parte del patrimonio dell'Unesco nel 2001. La finzione letteraria ha mutato i nomi ed ha trasformato leggermente gli eventi, ma ci racconta attraverso un intreccio ben articolato la storia straordinaria di una casa e di una famiglia e, grazie ad esse, di un'intera epoca.
Non furono pochi gli editori che nel 2009, sulla scia dello sconcerto per le violenze che repressero la così detta Onda Verde, provarono a pescare dal mazzo il loro cavallo vincente "iraniano". In genere puntarono tutti su scrittrici. La Rizzoli, nell'aprile di quell'anno, aveva già sugli scaffali la sua iraniana, Laleh Khadivi, trovata negli States dove era emigrata da bambina. Il suo L'età degli orfani (9.50 euro, pp.308), scivolò via dalla scena editoriale senza lasciare una traccia profonda o una ristampa. Cerchiamo di capire perchè.
Ci vuole coraggio a pubblicare libri così. Libri che sembrano destinati a un’avventura commerciale perigliosa, eccentrici per forma e scrittura, difficilmente classificabili. Libri il cui oggetto di primo acchito parrebbe l’indagine intorno a qualcuno – non che non lo sia -, meglio, qualcosa, nello specifico la stanza misteriosa di un uomo altrettanto misteriosamente scomparso, nel 1969, un uomo e una stanza reali, veri, in quel di Londra – "La Stanza di Rodinsky", ebreo londinese sparito dalla circolazione, presumibilmente morto, di certo diventato una leggenda per molti londinesi e non solo.
Ecco il romanzo di un'esordiente. L'autrice, Shubnum Khan, è nata in Sudafrica nel 1985 ed ha origini indiane. Il titolo originale del libro, pubblicato da Penguin Books nel 2010, è un molto più appropriato "Onion Tears". D'altro canto le cipolle sono un elemento fondamentale della storia, proprio come le lacrime.
Qualcuno la chiama “Armenia occidentale”; qualcun altro invece “Kurdistan del Nord”; piaccia o meno, secondo la cartografia corrente la terra in questione appartiene alla Turchia, ne costituisce la sua parte orientale e continentale. Secondo la definizione di de Bellaigue essa è Terra ribelle. Un luogo che da più di un secolo non conosce pace, né stabilità.
Vita attiva e vita contemplativa, devozione personale e religione convenzionale, conflitto ancestrale fra ascesi e desiderio; questi alcuni dei poli dilemmatici che lo scrittore scozzese William Dalrymple, di stanza in India da 25 anni, ha tentato di individuare in Nove Vite (Adelphi), viaggio appassionante nel paese forse più incredibile della terra – un continente, si è sempre detto, a ragione.
Dopo la pubblicazione in Gran Bretagna nel giugno 2010 (200.000 copie vendute) e negli USA a inizio 2011 (7 edizioni in 8 mesi), esce nel nostro Paese, con Bollati Boringhieri, Un’eredità di avorio e ambra, che può essere definito uno dei casi letterari dell’anno. L’autore, Edmund de Waal - olandese per parte di padre, nato a Nottingham nel 1964, residente nella capitale britannica, dove vive e lavora - critico, storico dell’arte e docente di ceramica presso l’Università di Westminster, è uno dei più famosi ceramisti inglesi. Inoltre è curatore del Victoria & Albert Museum di Londra.
Dopo un grande successo di pubblico in tutto il mondo ecco atterrare anche qui in Italia, grazie alla casa editrice Lantana e alla traduzione di Serene Brugnola, “I Floods” una famiglia di maghi creati dall’inglese Colin Thompson ma trapiantato in Australia, autore dei testi e delle illustrazione che riempiono magicamente le pagine di questi primi due episodi: “I vicini di casa” e “A scuola di magia” destinati a lettori adolescenti ma anche a tutti coloro che vogliono un po’ divertirsi e amano le storie di magia.
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