Apre le danze un panorama da guerriglia urbana. Manganelli, sciarpe tirate fin sotto al naso, fumogeni, sirene, volanti. Striscioni, auto capovolte. Una massa di giovani indignati, come usa dirsi in questi ultimi tempi. È nelle strade che si riversa la rabbia scomposta, nelle strade si cerca “il sistema”, nemico onnipresente, dai mille volti. San'kja è fra la folla, ragazzotto di provincia, riflessi pronti e coraggio.
La guerra nuda. Senza fronzoli, retoriche, riflessioni. La guerra “al naturale”, cruda; la guerra vista dal soldato. Nessun filtro ideologico (se non passivo, introiettato), nessun filtro retorico. Solo un filtro emotivo, costante, appartenente alla guerra come l'ombra alla luce: la paura. Si nasconde dietro ogni a-capo, percorre di un tremore ogni parola, ogni sintagma. Umanissima, prevedibile, nota, figlia degenere della voglia di vivere e amica fidata, canina, che non abbandona mai il soldato in battaglia. La frontiera in questione è quella cecena. Grozny, capitale della Cecenia, repubblica autonoma della federazione Russa. Grozny in russo dice “terribile, minacciosa”.
Ho conosciuto la strage di Babij Jar qualche tempo fa leggendo "La pianista bambina" di Greg Dawson. Poco tempo dopo, vagando tra gli scaffali di una libreria di Roma, sono incappata in questo libro il cui titolo non lascia spazio ad alcun dubbio. Kuznetsov c'era. Aveva solo 12 anni quando l'esercito tedesco invase Kiev, la sua città: il 19 settembre 1941 i nazisti entrarono nella capitale dell'Ucraina. L'occupazione si protrasse per due anni e due mesi prima che l'esercito di Hitler decidesse di ritirarsi.
“Ogni volta nella preghiera della sera – Mio Dio, preserva dalle malattie il papà, la mamma... - sostituiva il nome di sua madre con quello di Mademoiselle Rose, con una vaga speranza omicida.” (I.N.)
“Ho pensato spesso che la vita che mi è toccata ha avuto – in ogni tempo e in ogni luogo – un punto fermo e immutabile: la precarietà di un futuro sempre e comunque ignoto. In Francia, come negli altri Paesi in cui sono stato vagabondo, soldato, studente liceale o viaggiatore mio malgrado, non sapevo mai che cosa ne sarebbe stato di me e se, in seguito agli infiniti rivolgimenti di cui ero testimone e parte, mi sarei ritrovato in Turchia o in America, in Francia o in Persia; e anche a Parigi, nonostante un lavoro decisamente monotono, provavo sempre, ogni giorno, la stessa sensazione che avrei provato seguendo il corso di un ruscello che finiva puntualmente per insabbiarsi” [Gazdanov, “Strade di notte”, p. 167].
Tra i pochi romanzi che Nina Berberova chiese esplicitamente venissero pubblicati dopo la sua morte, c’è questo, scritto tra 1948 e 1950, pubblicato da Actes Sud nel 2002 e finalmente in Italia da Guanda nel 2009, che ne ha condotto la traduzione sulla prima edizione francese, come da indicazioni dello stesso editore originale.
Solo pochi anni fa la casa editrice Armando ha presentato in Italia Vìktor Kùročkin, con l’opera che gli ha ottenuto un successo quanto mai singolare nell’ingessata Unione Sovietica dei primi anni dell’era Breznev. A fronte di una travolgente diffusione di questo breve romanzo in patria (da poco inserito anche nei programmi scolastici), la sua fortuna all’estero comincia solo dopo la caduta del muro, e a tutt’oggi risulta pressoché sconosciuto al pubblico occidentale. Eppure Kùročkin non è mai diventato un dissidente, un oppositore del regime. Un isolato, piuttosto, carico di buon senso contadino.
La ciarla contemporanea imporrebbe, magari una volta al dì, quindici minuti di assoluto silenzio. Per ritemprare lo spirito snervato dal logorio della vita moderna, dal chiacchiericcio appunto di un’autoassolutoria umanità, dal, come disse una volta un mio amico-nemico, viperinismo da boudoir. Quei pochi che scelgono, di conseguenza, l’alternativa (vita bucolica lontano dai miasmi della contemporaneità… andiamo a mietere il grano, il grano, il grano, raccoglieremo l’amore… come cantava decenni fa tale Luiselle) sappiano che avrebbero un illustre predecessore: tale Lev Nikolaevic Tolstoj, da Jasnaja Poljana.
Si può essere autobiografici anche senza parlare direttamente di se stessi. E' quello che fa Dostoevskij nei suoi romanzi. Avrei voluto scrivere il divino Dostoevskij, e avrei voluto aggiungere nei suoi meravigliosi, stupefacenti romanzi. Ma mi sono trattenuta per non esagerare. Sì perché dei miei autori preferiti, come è il caso in questione, non sono semplicemente una lettrice, ma una fan.
Oggi sappiamo praticamente tutto sui campi di sterminio nazisti. Abbiamo visto immagini e fotografie, abbiamo ascoltato o letto le testimonianze dei sopravvissuti, dei testimoni e dei colpevoli, eppure leggere “L’inferno di Treblinka” di Vasilij Grossman riesce a scuotere anche chi su quell’abominio ha visto e letto molto. Un reportage vero e proprio che venne pubblicato per la prima volta nel novembre del 1944 sulla rivista russa “Znamia” (“Bandiera”). L’anno successivo “L’inferno di Treblinka” venne tradotto in tedesco e fu consegnato anche ai membri del collegio d’accusa del Processo di Norimberga su suggerimento del Procuratore militare sovietico.
Il vecchio Tolstoj, l'artista amato dal popolo perché stava sempre dalla sua parte, perché sapeva incarnare e rappresentare la sua disperazione e il suo bisogno di considerazione, di rispetto e di consolazione, partì improvvisamente, in fuga da sua moglie, madre di tredici figli, e dalla sua vecchia vita, durante l'autunno. Venne colto da malore nella piccola e sconosciuta stazione di Astapovo, dove morì una settimana più tardi, ospite nell'umile casa di un capostazione, come forse avrebbe voluto lui. In quei giorni, il telegrafo spedì una quantità straordinaria di dispacci per informare i cittadini russi delle sue condizioni.
Ho dovuto interrompere spesso la lettura di questo libro. Ho dovuto riprendere spesso fiato. Sospendere. Perché leggere gli articoli che compongono “Proibito parlare” è un’esperienza emozionale piuttosto forte. Cronaca schietta, diretta, puntuale. La Politkovskaja era una giornalista, non una letterata. Al centro di ogni pezzo c’è la ricerca della verità, quella spesso nascosta, infangata, contaminata, annientata dal sistema nazionale russo, dal suo esercito, dai suoi funzionari, dai suoi burocrati.
“Dimentica solo chi vuole dimenticare. Io non ho dimenticato nulla. E non voglio farlo”. Anzi Lev Razgon “sente il bisogno di raccontare almeno una parte del dramma che ha vissuto con la sua generazione” e sceglie di scrivere, di trasformare la propria “vita offesa” in un lungo romanzo. Le pagine, quindi, raccolgono i ricordi, ma non si tratta di mera esposizione dei fatti: ogni episodio, ogni stadio della sua terribile esperienza è sviscerato e commentato nella ricerca tenace di risposte impossibili.
Il convegno internazionale Vita e Destino, Vasilij Grossman tra ideologie e domande eterne, tenutosi a Torino dal 19 al 21 febbraio di quest’anno e la pubblicazione per i tipi di Marietti 1820 de Le ossa di Berdi?ev. La vita e il destino di Vasilij Grossman – saggio storico sulla vita e sull’opera del grande scrittore russo – attestano l’interesse anche nel nostro paese per uno dei più grandi e meno conosciuti romanzieri del ‘900.
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