“L’idea,a tratti, / che conti quello che / è già stato, il resto / dei tempi, l’ordine / più apparente che…/ il risultato: /arrendersi alle cose /come sono /al loro inerte moto, per / reggerne e coprirne, / almeno il vuoto” (pp. 79-80, “Piccola colazione”)
“Se guarisco…io/ riattraverso il già fatto / e il già veduto / l’incommensurabile / che ho conosciuto” (p. 47, “La gioia e il lutto”)
“e guardo lassù in alto… / ma forse anche il cielo / è fatto stanze / e non si può abitarne / più di una” (p. 64, “Le stanze del cielo”)
Aveva ragione Eugenio Montale quando, nel 1977, in un’intervista alla Rai segnalò un giovane poeta per il suo talento, aggiungendo: “penso che ci riserverà piacevoli sorprese”. Il premio Nobel per la Letteratura si riferiva a Paolo Ruffilli, oggi uno dei maggiori poeti italiani.
Paolo Ruffilli torna, dopo l’alto esito de “La gioia e il lutto” e a sette anni da quell’evento, con “Le stanze del cielo”. La nuova raccolta persegue e riplasma la struttura poematica che caratterizzò il libro precedente in una consonanza tematica bene evidenziata da Alfredo Giuliani in prefazione: “Quella stessa inclinazione a oggettivare i dati soggettivi… rende capace Ruffilli di calarsi nella soggettività degli altri, da poeta che è anche narratore.
“e ti ricordo / quel geranio acceso / su un muro crivellato di mitraglia / forse neanche più la morte /consola i vivi / la morte per amore?” (T.S. Eliot)
Mi è stata necessaria la rilettura de “La gioia e il lutto” soprattutto nell’ultima sua parte dove leggiamo: ”Io credo / qualcosa resterà di noi. La parte / più sottile / e più leggera / volerà via / e troverà la strada / e lì nel fondo cieco / dove la vita / finisce ai nostri occhi / scandita dalla morte / fluisce un grande fiume di energia / (…) nel mare di dolcezza / e scoprirà di colpo / la sua pace assoluta”.
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