“Che cosa potranno rimproverarci le generazioni future? Di non aver protestato a sufficienza contro l'occupazione del Tibet? Di aver lasciato che la Russia devastasse indisturbata la Cecenia? Del fatto che nel mondo ogni giorno trentamila persone muoiono di fame? Che milioni di bambine e donne vengono venduti come schiavi sessuali?” – si chiede e ci chiede il giornalista e scrittore svedese Peter Fröberg Idling, classe 1972. Guardandosi indietro, infatti, Idling ha una certezza: possiamo rimproverare a gran voce, a tanti intellettuali dell'ultima generazione, d'averci mentito sulla tragedia in corso in Cambogia, la tragedia del regime “più brutale e incapace del Ventesimo secolo”.
Lontano. Lontano, dalle parti del fiume Mekong, nel cuore del Laos. A quattro passi dal Vietnam. Vientiane, un taxi, tanti bordelli, distese d'oppio sino a perdere lo sguardo, nei territori delle tribù Meo. Lontano, dalle parti forse del Veneto, in un borgo detto “delle zitelle”, a fare compagnia a una donna sola dal nome di suora. Lontano, nel passato, per ricordare quel tredicenne magro e meraviglioso, dandy ante litteram, di cui Parise bambino s'innamorò; è diventato un uomo che gioca a poker e non ha più nessun fascino. Ma Goffredo si stupisce che il mondo non si sia accorto che Ignazio, ragazzino, era Dio.
Ci sono due modi per presentare un libro doloroso e documentato come questo. Primo modo. “Guerre politiche” è l'ultimo frammento di Parise ragazzo, reporter adulto che prende e va a raccontare le guerre, in prima linea. Tornato, smette di sentirsi giovane. Era partito per amore del rischio, per inquietudine, per curiosità. Per informare i lettori della sorte di ragazzini di quindici, sedici anni, mandati al macello in guerra. Ma quando questo volume vede la luce, nel 1976, Parise non ha più voglia di viaggiare. Perché giovinezza è anche resistenza della mente e del cuore di fronte ai grandi dolori dell'umanità (p. 15). E non è una resistenza infinita.
Chomsky, in “Rethinking Camelot” (1993; IT, “Alla corte di Re Artù”, Eleuthera, 2009) si concentra sul periodo 1961-1964, cruciale per la storia moderna: “ha portato la guerra americana in Vietnam dal terrore di Stato all'aggressione, preparando il terreno al successivo e ben più distruttivo attacco” (p. 7). Lo studioso ricorda che la guerra di Kennedy suscitò, nel momento, scarsi entusiasmi (stampa esclusa) e nessuna protesta: “fino al 1964, e anche più tardi, gli incontri sulla guerra si tenevano spesso letteralmente nel soggiorno di qualcuno, oppure in una chiesa in cui era presente una mezza dozzina di persone” (p. 9). Le prime proteste si verificarono sotto la presidenza Johnson, nel 1965, quando per la prima volta erano apparse, sul campo, forze americane da combattimento.
Luang Prabang, Capodanno 2009
[Alzato alle 10 con proposito di fare un branch al solito Ancient Bon Cafè, (moderne stoviglie griffate del Kindom of Thailand, coccolo bricchetto per goccia di latte). Scende le scale appena lavate, cerca gli infradito, non li trova. Intanto sulla porta controluce si profila la massiccia incombente mole della padrona che chiacchiera con una parente più magra (non vorrebbe che fosse il primo incontro dell'anno...)
Luang Prabang, Natale 08
Cielo nuvoloso. Dalla finestra della mia cameretta disimpegno parziale monitoraggio del Mekong flavus tranquillo. I miei Natali sono quelli di Ungaretti, quella poesia assai strana che per pudore non ho mai imposto a tutte le scolarette insieme quand'ero giovane supplente nelle frazioni fangose lontane appena per legge dotate di medie inferiori, quelle scuolette di plastica da protezione civile (che pure erbose hanno le soglie, bidelle vedove volonterose) male appaltate.
MISTERI LAOTIANI 2: MONETE A LUANG PRABANG
Luang Prabang, 10 dicembre 2007
Nel febbraio scorso mi trovavo un giorno a Hanoi, era il periodo della festa del Tet. Al mercato vecchio un tripudio di rami di pesco, pruno, nocciolo, colmi di fiori, piante di minuscoli mandarini (attenzione: non sono quelli ovali giapponesi che si mangiano, ma altri, simili ai nostri però non commestibili, piccolissimi, in vaso, le piante sono tutte di forma conica, alte tra il metro e i tre metri, ognuna ha centinaia di frutti, una specie di albero di Natale comunista? Forse c'erano anche prima? E' probabile).
Phonsavan, 21 dicembre 2007
MISTERI LAOTIANI 1: LE GIARE
Phonsavan, dicembre 07
Il Laos è un paese piccolo dove la gente non mormora affatto perché forse è proibito anche questo. La dittatura è astuta (qui e anche in Birmania): apparentemente superficialmente il turista, che spesso sa poco o nulla, di nulla si accorge. Nessuna uniforme, assoluta assenza di poliziotti o di vigili urbani, qualche raro controllo sugli indigeni nella capitale. Ad es. ieri andando alla Lao Airlines sul lungofiume di Vientiane, ho visto il primo giovane aitante poliziotto stradale con casco e divisa stirata che aveva fermato una fanciulla in moto, teneva il suo documento in mano e la stava minacciando corteggiando.
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