Matteo e Giulia sono due personaggi molto simili. Superano l’epocale giro di boa del Sessantotto proiettati in direzioni contrarie, assestati su posizioni nemiche: uomo d’ordine della polizia, Matteo; contestatrice a rischio d’eversione, Giulia. Eppure, dietro all’apparente inconciliabilità dei loro destini, friggono una rabbia, una disperazione, un’asocialità gemelle. Il rinnegamento della realtà è radicale in tutti e due. C’è la comune tendenza all’astrazione artistica: i libri lui, il pianoforte lei; l’uguale senso dell’ingiustizia; ma soprattutto lo stesso disadattamento.
Partire per un viaggio. Un viaggio come un altro. Dopo gli esami. Dopo aver concluso gli obblighi morali e borghesi. Dopo aver detto di sì alla coscienza. E la compagna di viaggio è Giorgia, una ragazza anomala ma con gli occhi intelligenti, la follia. Estorta ad un manicomio che odora di infamia e di non senso. La follia di quegli anni. La follia che divide i due fratelli, quando sono ad un passo dalla frontiera. La follia che rende lucido Matteo e lo fa optare per l’esercito. La follia che ritorna e spinge Nicola a tornare sulle orme del fratello, a cercare se stesso. La follia che concilia Matteo con il mondo, anche se solo per un attimo, impercettibile. Un secondo di felicità seminato in una vita di tormenti e di stenti.
La miej zoventút (La meglio gioventù).
Signòur, i sin bessòj, no ti ni clamis pí!
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