Con Agota Kristof scompare una delle voci più interessanti e problematiche della letteratura europea. Scrittrice ungherese fuggita in Svizzera, nei suoi libri con parole lucide e spietate racconterà attraverso l’esperienza dell’esilio il dolore e il male che aggrediscono il pianeta. La sua lingua turba il lettore, le sue piccole verità inchiodano la coscienza alle proprie responsabilità.
“Prendi pure la mia insolenza, l'anima spaventata. Mi sei venuto in sogno qualche sera fa mostrandomi un universo che avesse la forma di due fratelli attaccati. Hai detto che il mondo è doppio, che se una parte è bianca come te, l'altra è inevitabilmente scura come me. Hai detto che avrei dovuto raccontare una storia della Terra senza prendermi troppo sul serio, come una fiaba o uno scherzo e, come una macchina cieca, ho eseguito. Ho visto tutto, dolore, vita, sorgenti, e adesso credo pure sia tardi pensare a tra poco, a quando finirò. A quando il tempo è concluso davvero e in un minuto riesci a trovare anche lo spazio per una storia: la mia storia, la storia del mondo” (Pierantozzi, “Uno in diviso”, p. 163).
Analfabeta è la persona che non sa né leggere né scrivere. L'analfabeta del titolo è lei, Agota Kristof. Non è un paradosso: Agota Kristof è stata e, per certi versi, è ancora un'analfabeta. La sua madrelingua, l'ungherese, ha dovuto abbandonarla nel 1956 quando lascia la terra in cui è nata. Arriva in Svizzera e dopo alcuni anni si rende conto di saper parlare, seppur ancora con qualche impaccio, il francese, ma di non riuscire a leggerlo né a scriverlo: Sono tornata analfabeta. Io che leggevo già a quattro anni. […] All'età di ventisette anni, mi iscrivo ai corsi estivi dell'Università di Neuchâtel, per imparare a leggere.
A volte, solo qualche volta, capita che un libro ti colpisca con tale intensità da toglierti il fiato. E' una fortuna rara, un privilegio che purtroppo è concesso a pochi. E' qualcosa che fa male ma che trasporta dentro sè il sublime: merita di essere affrontato e subito senza riserve, ma con la consapevolezza e la totale accettazione del fatto che questo romanzo è meraviglioso. Spietato, Ieri si concede come un amante che si spoglia per l'ultima volta; rarefatto, come sono certe emozioni che non danno mai abbastanza al cuore; triste, come tutto quello che descrive l'incompletezza dell'essere umano.
Cinquantacinque pagine per raccontare la propria vita, cinquantacinque pagine a far da ritratto ad una donna capace, come pochi, di dare forma e colore ai demoni del doloroso passato che conserva intatto negli occhi. Occhi avidi di bimba, occhi disincantati di esule…
Agota Kristof condensa la sua storia in undici brevi capitoli, regalandoci un libro scarno e tuttavia di grande valore.
All’origine fu "Je ne mange plus", poi divenne "C’est égal". Quest’ultimo il titolo dell’edizione francese del libro della Kristof. Lei però ammette di sentirsi più vicina al titolo che hanno scelto in Italia: "La vendetta". Testi che provengono dal passato, dagli anni ’70, e pubblicati per la prima volta solo nel 2005 per le Édition du Seuil, Parigi.
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