Questo disco è una mina vagante: il solo nominarlo apre tali, tanti e complicati scenari da far impallidire la stragrande maggioranza della musica rock prodotta dagli anni ‘50 sino ad oggi. La sua importanza storica travalica il lato squisitamente artistico, anzi, lo surclassa decisamente; se aggiungo che il disco è un piccolo capolavoro già di per sé, è facilmente intuibile che siamo di fronte ad uno dei punti fermi epocali necessari per comprendere la nostra musica. Prima di parlare del disco, però, è necessario fare un passo indietro.
Il mestiere del traduttore editoriale: a metà tra consulente, talent scout e (ri)scrittore. Incontriamo un giovane e già apprezzato professionista, il romano Giuseppe Marano, classe 1975, per scoprire metodi, strategie, soddisfazioni e sacrifici richiesti dalla professione.
Il sound moderno è legato da un insano cordone ombelicale agli anni a cavallo della fine Settanta – inizio Ottanta, quando a Londra scoppiò la violenta e radicale rivoluzione Punk!
Un insieme di pulsioni che sconquassarono le orecchie e le menti dei giovani di allora, proponendo un’insurrezione sonora ed una più ampia rivoluzione di costume. Crescita e declino furono brucianti e tutta l’energia incosciente del Punk si diffuse in mille derivazioni che nutrirono i successivi anni ’80.
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