“Se chiamo me stesso io, (...) è soltanto perché preferisco parlare in prima persona, e non perché io creda che sia sufficiente la facoltà della memoria perché qualcuno continui ad essere lo stesso in tempi diversi e in spazi diversi. Colui che qui racconta quel che vide e quel che gli capitò non è colui che lo vide né colui al quale capitò, e neppure è un suo prolungamento, una sua ombra, un suo erede, un suo usurpatore”.
“Forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere. E mi spingo a pensare che sia la finzione a raccontarci tutto questo, o meglio, a servirci da promemoria di quella dimensione che siamo soliti lasciare da parte al momento di raccontare e di spiegare noi stessi e la nostra vita. E oggi il romanzo è ancora la forma più elaborata di finzione”.
In quest’ottica Marías sceglie di dedicarsi alla menzogna dello scrivere, collocandosi nel dubbio, nell’incognita di un condizionale plausibile e tuttavia mai avverato. In quel futuro remoto cancellato dal fato e dalle scelte più o meno consapevoli.
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