Il sottotitolo scelto dall'editore italiano ha il merito di essere estrememante chiarificatore per quel che riguarda la personalità dell'autore e gli scopi del suo scritto: "Diario 1913-1916. Le memorie dell'ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni dello sterminio degli armeni". Immigrato in America dalla Germania all'età di dieci anni, avvocato di successo, l'ebreo Henry Morgenthau legò le fortune della sua carriera diplomatica a quelle del Presidente W. Wilson, di cui sosteneva le campagne elettorali.
“Tanto tempo fa, l'Anatolia faceva parte dell'Impero Bizantino, abitata dalle genti greche e armene dell'epoca. Nel 1381 questa terra fu conquistata dai turchi, e da quel giorno greci e armeni sono stati minoranze, soggette ai conquistatori maomettani”. E la storia raccontata dal regista e scrittore Elias Kazanjoglou, alias Elia Kazan (nato a Costantinopoli da una famiglia di Cesarea, Cappadocia – oggi Kayseri, Turchia – nel 1909) ha inizio qualche secolo più tardi, nel 1898.
Una grazia sconfinata, una grande semplicità, uno stile inconfondibile: queste le tre caratteristiche principe delle microbiografie scritte dalla bizantinista Silvia Ronchey, fautrice di un approccio originale, fiabesco e seducente alle vite di letterati, filosofi, poeti e santi, madri padri e padrini della nostra civiltà. “Il guscio della tartaruga” [Nottetempo, 2009] è un mosaico composto da sessantacinque argomenti diversi; è la storia di tante storie, scritta rispettando la lezione degli enciclopedisti e degli agiografi bizantini: sa essere evocativa in poche battute, sa scolpire il passato con lucidità e consapevolezza, sa affascinare e sa insegnare con deliziosa naturalezza.
Il sultanato di Abdühamit II (1876-1908) rappresenta senza dubbio per ogni turco un punto di svolta. Se non ufficialmente, almeno nei fatti esso è l'ultimo vero sultanato ottomano. Qualcosa di tremendamente lungo si chiude e qualcos'altro dolorosamente si apre. In quel trentennio, una strana schizofrenia, propria del sultano, si rifletteva in tutta la società di Istanbul. Nel corpo del “malato d'Europa”, un microbo esiziale era già a uno stato avanzato del suo corso; come una peste culturale, venuta dall'Occidente, da Parigi, sfondava le difese immunitarie, fatte di tradizionalismo, repressione cieca e conservatorismo.
"Tutto si riduceva a una idea di fondo: esistono due mondi, tra i quali non ci sono e non possono esserci né vero contatto né possibilità d'intesa, due mondi terribili condannati a una guerra eterna in mille forme. E tra di essi c'è un uomo che, a suo modo, si trova in guerra con entrambi”.
«Guardando i volti di certe persone si pensa, senza volerlo, che non abbiano nessuno al mondo. Sin dalla giovane età Akhbar aveva avuto quel viso.
Omero è un bambino diverso dagli altri, ha l'attenzione rivolta verso le cose che non si vedono, la propensione alle domande e il sogno di parlare con il proprio angelo: un delfino parlante giungerà a schiudergli la possibilità di realizzarlo. Omero è un trentenne sull'orlo del suicidio, pronto a inghiottire il gruzzoletto di pillole necessarie, sazio della vita: l'Angelo della Morte verrà giusto in tempo per interrogarlo sul gesto che sta compiendo e riaprirgli il ricordo dell'Estate Perduta nella memoria in cui amava il suo amico delfino.
Leggero, scorrevole, semplice, fruibile, eccitato, sempre sull'orlo della banalità, diretto a tutti perché da tutti recepibile, superficiale, limpido: è un best-seller. La timidezza delle rose (The missing rose nel titolo inglese, Kayıp gül in quello turco) consacra l'ingresso di Serdar Özkan, classe 1975, nel mondo del mercato editoriale mondiale. Uscito nel 2006 e già tradotto in 25 lingue (nel 2008 la traduzione italiana di Bompiani e nel 2010 l'edizione tascabile: 226 pp.
Le città possono assumere delle fisionomie quasi umane. Sembrano quasi muoversi nello spazio oltre che nel tempo. Cambiano caratteri, vocazioni, volti. Alcune di loro possiedono un temperamento e una storia tali da richiamare la maturazione e la personalità delle persone: come fossero le protagoniste di un bildungsroman. Perni attorno a cui le geografie cambiano, si ridefiniscono e concretizzano le ere culturali, spirituali, psicologiche dell'uomo.
Seconda guerra mondiale. Germania nazista e URSS schierate sul campo. I loro movimenti raccontati dalle voci gracchianti delle radio. Un latitante politico, comunista nella giovane Repubblica Turca, autoritaria e filotedesca. Una baracca in cui nascondersi. Poi un giorno una passeggiata all'aria aperta, il morso di un cane al polpaccio. Un cane rabbioso, forse. L'incubazione della rabbia dura quarantun giorni, prima che sopraggiunga la paralisi. Quarantun giorni d'attesa nella baracca. Ogni giorno una linea bianca sul legno della porta. Ogni linea un capitolo del libro. Nascosto come un topo, nella paranoica attesa degli effetti della malattia, nella consapevolezza che gran bella cosa è vivere.
"Per dieci anni, dal '58 al '68, mi sono dedicata all'internazionalismo, ossia alla conoscenza partecipante del mondo “altro” previa cancellazione dell'eurocentrismo.” È la frase iniziale di questo interessante volumetto che ci dà conto del frutto più prezioso colto dalla scrittrice in questa sua fase “terzomondista” e “decolonialista”, Nazım Hikmet. Egli è anche il tramite che la consegnerà poi a quella causa che la scrittrice ha fatto propria con entusiasmo e coraggio, la causa curda. Per Joyce la scoperta di un nuovo poeta è qui anche scoperta di un nuovo modo di fare poesia e l'apertura di una nuova finestra sullo scenario delle tragedie dei popoli.
Cominciando a parlare di poesia turca per Lankelot, si deve cominciare dal poeta Yahya Kemal (1884-1958). Basta infatti uno sguardo alla data di nascita per capire che egli visse la sua maturità artistica negli anni in cui profondi rivolgimenti avvenivano nel mondo “turco”: crollava un impero, avversato dall'interno e dall'esterno, e nasceva la forza identitaria che si sarebbe opposta al colonialismo europeo e che dalla carcassa dell'impero avrebbe fatto nascere la moderna Repubblica, così come, secondo la quarta delle Georgiche, nacquero le api dalle carcasse dei buoi.
"La rivoluzione del 1908 scoppiò a luglio. Eruppe in una furia cieca, sradicando istituzioni vecchie di secoli, abbattendo anziani tiranni come fossero alberi, sconvolgendo completamente l'ordine politico e sociale. La confusione era tale che nessuno era in grado di dire cosa fosse cosa e chi fosse chi. Nel frattempo gli esiliati del vecchio regime ritornavano, nave dopo nave.
I lettori coraggiosi, e pazienti, si facciano avanti! Aprendo le pagine di Istanbul era una favola ci si addentra nella scrittura che un amico ha efficacemente definito “un enigma letterario”. Bisogna essere disposti ad essere disorientati e spaesati per più di ottocento pagine, seguendo una scrittura ondivaga, allusiva, eterea, a volte quasi priva di un referente. Siamo di fronte al tentativo di un complesso recupero di una 'geo-storia etnica' che dà come risultanza lo scrittore e quindi il romanzo, sviscerando le carni di una complessa famiglia di personaggi, passandone in rassegna i traumi o le piccole conquiste.
Cercherò di essere breve, di disturbarvi solo per un attimo, per infilarvi nell'orecchio la pulce di questo piccolo capolavoro. Se dalle vostre parti l'autunno è già arrivato a stendere la sua tovaglia di colori, se vi difendete dai primi brividi di freddo con maglioni pesanti e avete trovato il vostro cantuccio invernale di lettura, allora potrete aprire La cotogna di Istanbul. Altrimenti aspettate.
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