Ho sempre provato una profonda invidia per coloro che riescono a scrivere racconti, girare film o disegnare storie per bambini. Bisogna essere dotati di una strana forma di grazia, dolcezza, attenzione per poterlo fare e credo che in una società sempre più complessa, incattivita, cinica e schiava del marketing come la nostra la sfida sia ancora più ardua da raccogliere e portare a termine.
Irriverente, assurdo e tragicomico, Il vangelo della scimmia (Meridiano Zero, 160 pp., euro 13), originariamente apparso in Inghilterra nel 1986, è una satira distopica scritta dal londinese Christopher Wilson. È una feroce allegoria della mediocrità, della medietà e della stupidità del conservatorismo, e di quanto rocambolesca e rivoluzionaria possa essere l'epifania di una scimmia tra gli uomini, quando gli uomini si sono arroccati in un fortino fatto di leggi incontrovertibili e indiscutibili, classi immutabili, religioni xenofobe e punizioni violente previste e applicate per chiunque mediti una ribellione: o un semplice cambiamento dello stato delle cose.
Douglas Coupland aveva saputo battezzare una generazione, diciott'anni fa, scrivendo “Generazione X” [1992]: la storia di una generazione che si raccontava storie per orientarsi nel proprio tempo, per capire quale fosse la propria identità, e la propria missione (collocazione). Un paio d'anni più tardi, durante il discorso per l'apertura dell'anno accademico alla Syracuse University, Kurt Vonnegut dice qualcosa di divertente (irriverente): "Ora, voi giovinastri volete un nome nuovo per la vostra generazione?
“Il principe Tristano davvero delirava quando diceva che la notte è più bella del giorno! Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, la perfezione della vita: ho sempre saputo che l'isola, e quella mia primitiva felicità, non erano altro che una imperfetta notte; anche gli anni deliziosi con mio padre, anche quelle sere là con lei! Erano ancora la notte della vita, in fondo l'ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia...” (Morante, “L'isola di Arturo”, IV, “Regina delle donne”, p. 187)

OCCHI

TARTARUGHE GEMELLE
Partono le prime inquadrature: una tartaruga si ritrova spaesata a girovagare, nella sua apparente fragilità, sull’asfalto di una città in movimento. Il cuore sobbalza ad ogni istante. I passi distratti degli umani la schivano miracolosamente e le lunghe ombre di morte che accompagnano le ruote delle automobili sembrano quasi volerla schiacciare. Il cuore sobbalza ancora, ad ogni istante. Non sa quale sorte il destino abbia scelto per la tartaruga, finché la mano delicata di una ragazza si avvicina a quel piccolo essere per riportarlo nel suo mondo naturale, l’acqua.
ANIMANIMALE
“Wild animals”, secondo film di Kim Ki-duk, è considerato una produzione minoritaria, a mio avviso impropriamente visto che in esso emergono, allo stato germinale, le note dominanti della sua filmografia.
Visionaria stagione all’inferno dell’artista americana Miranda Mellis, “Il revisionista” è un romanzo distopico, apocalittico e allucinato: illustrato dalle meravigliose incisioni del poliedrico editor Derek White, tradotto da un Leonardo Luccone in stato di grazia, è un libro destinato a restare scolpito nell’immaginario della nuova generazione – si propone come paradigma d’una scrittura capace di fondere inferni boschiani e divertimenti à la Dalì, con un lessico essenziale e scabro. Fosse una pittrice, la Mellis avrebbe il genio nervoso del grande espressionista austriaco: la sua visione profonda della fatiscenza dell’umanità, dell’addio della bellezza, della renitenza alla pietà.
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