Sembrerebbe di essere davanti a un classico caso di piano B. Nel decennio in cui si teorizza lo scontro di civiltà e la guerra al “terrore”, una famiglia fiorentina profondamente cristiana (padre, madre e figlia sui vent'anni) decide di abbandonare l'Italia e di andarsene a vivere in un paese la cui popolazione è al 90% musulmana sunnita: la Turchia. Per di più, scelgono di andare a vivere nell'est di questo paese, zona da trent'anni martoriata da un pesante e difficilmente solvibile conflitto etnico. Affatto spaventata, e anzi attratta e stimolata, la famiglia Ugolini compie questo splendido esperimento.
Non furono pochi gli editori che nel 2009, sulla scia dello sconcerto per le violenze che repressero la così detta Onda Verde, provarono a pescare dal mazzo il loro cavallo vincente "iraniano". In genere puntarono tutti su scrittrici. La Rizzoli, nell'aprile di quell'anno, aveva già sugli scaffali la sua iraniana, Laleh Khadivi, trovata negli States dove era emigrata da bambina. Il suo L'età degli orfani (9.50 euro, pp.308), scivolò via dalla scena editoriale senza lasciare una traccia profonda o una ristampa. Cerchiamo di capire perchè.
Chiunque, anche tangenzialmente, si sia accostato allo studio della letteratura curda, avrà dovuto scontrarsi con la scoperta della sua natura soprattutto orale. Popolo di pastori transumanti, di nomadi, di guerriglieri, i curdi nell'arco della loro storia hanno accumulato un patrimonio immenso, e soprattutto difficilmente quantificabile, di storie, narrazioni, canzoni, leggende. Pur non mancando esempi, anche alti, di letteratura scritta a partire dall'XI secolo, si può tranquillamente affermare che l'indole più genuina delle lettere curde sia legata all'oralità.
«Guardando i volti di certe persone si pensa, senza volerlo, che non abbiano nessuno al mondo. Sin dalla giovane età Akhbar aveva avuto quel viso.
Da ormai almeno un secolo, l'ossessione del popolo curdo è la frontiera. Nel caso specifico le frontiere (5): quelle che si interpongono alle sovranità territoriali di Iran, Iraq, Siria e Turchia. Lo stesso per gli abitanti della diaspora, che la frontiera la astraggono, la sublimano e ne fanno un sentimento: l'esilio. La frontiera può servire a definire un luogo, un'identità. Ma serve anche a dividere e ad allontanare. Se spacca un popolo in quattro porzioni ineguali, la frontiera è uno strumento di guerra e di governo, secondo il vecchio adagio latino divide et impera. È la premessa delle pratiche assimilatorie.
Dalla postfazione: “Questo romanzo è la riscrittura di una vecchia storia non troppo nota. E' il racconto di un mito, la formazione di una leggenda il cui contesto è molto lontano dai lettori di oggi. La vita delle donne di Persia del XIX secolo è un argomento così scarsamente documentato, così raramente considerato di una qualche rilevanza dai cronisti dell'epoca che i fatti concreti riguardanti quelle madri, figlie, sorelle e mogli sono davvero esigui”.
Teheran è una metropoli come tante. Soffocata dal traffico, popolata di quartieri affollati, cosparsa di rifiuti, costellata di palazzoni di cemento armato ed è, forse più di altre città, piena di contraddizioni. Perché contratta da forze opposte: da una parte la spinta globalizzante fatta di tecnologie, progresso, velocità, arte, desiderio di innovazione, dall’altra la massiccia zavorra dei rigidi canoni di un regime islamico che pone sopra tutto la morale religiosa, il buon costume, il divieto di tutto quanto abbia a che fare con l’Occidente corrotto. Per questo fare musica in Iran è difficile e pericoloso.
Un libro in cinque capitoli introdotti da altrettanti sogni. Negli scrittori mediorientali la componente onirica è sempre presente e il romanzo di Ziarati, scrittore iraniano che scrive in italiano, non fa eccezione.
Orso D’Argento a Berlino per la miglior regia e premiato al Tribeca Film Festival come Best Narrative Feature, About Elly è il nuovo lungometraggio del regista iraniano Asghar Farhadi, già premiato dalla critica europea per i precedenti Dancing in the dust (Festival di Mosca), A beautiful city (Festival di Varsavia) e Fireworks wednesday (Festival Internazionale di Locarno).
Non è sempre vero che dalla narrativa si può imparare qualcosa. Vero è che quando accade si ha la sensazione che leggere serva, concretamente, a qualcosa: che non sia un'attività rilassante o una sorta di più o meno evoluto intrattenimento, come oggi il profluvio di insulse pubblicazioni di genere vorrebbe farci credere, ma un'attività intellettuale di primo livello. Quando accade si ha la sensazione di riuscire a orientarsi meglio nella realtà; di aprire gli occhi su quanto sta avvenendo nel mondo, e nel nostro paese; quando accade, come in questo caso, si sente il desiderio di accogliere con diversa partecipazione (vorrei scrivere: "fraternità") le persone in fuga dalle loro terre originarie.
Undici articoli e saggi brevi di Gore Vidal, pubblicati tra 1992 e 2002, sono raccolti in questo “Le menzogne dell'impero e altre tristi verità” (Fazi, 2002), libretto che ha guadagnato tutte le caratteristiche del documento storico-politico a nemmeno dieci anni dalla prima edizione. Scopriamo perché, preparandoci sin d'ora a un po' di tumulto interiore per i contenuti dell'opera.
I silenzi, l’isolamento e il senso di sgretolamento dell’individuo che nutrivano e sostenevano “Taxi Driver” rinnovati e tradotti nel nuovo film di Jafar Panahi, regista iraniano indipendente, classe 1960. Film censurato in patria, dove è proibita anche la visione privata della pellicola: la rigida censura del regime non ha approvato un richiamo codificato alla rivoluzione del 1957, contenuta in un dialogo (argomento: le sigarette).
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