Affari sporchi tra Finlandia, Estonia e Carelia (una delle 21 repubbliche autonome della Federazione Russa) per il romanzo d'esordio di Matti Rönkä, mezzobusto da tiggì con il genio del genere Dekkari, file under: Krimi, file under: nero criminale. Il protagonista è "è nato e cresciuto in Unione Sovietica. Finlandese dell'Ingria da parte di padre, la famiglia materna aveva trovato rifugio in URSS durante la guerra civile. Viktor si è stabilito in Finlandia e ha assunto il cognome originale, Kärppä, che significa 'ermellino'" (pag. 10) - come recitano le ultime righe dell'utilissima nota introduttiva che ci scaraventa nell'universo careliano-ingriano, altrimenti roba cirillica per chi non respira regolarmente l'aria frizzantina dell'estremo nord-est europeo.
Il Dagerman viaggiatore è schivo e solitario, cerca di superare i limiti di un’Europa irrigidita nella reprimente atmosfera del dopoguerra senza trovare un varco per se stesso né per le sue idee. Ma il naufragio del giovane scrittore svedese, nel quale è riflessa l’impressionante deriva di un’intera generazione amputata dalla guerra, non ha a che fare con il disincanto politico, almeno non solo con questo. Si tratta piuttosto in lui di uno scollamento dall’ideale, e dunque dal percorso artistico che ne è originato, il cui repentino affiorare tocca nodi irrisolti della sua personalità, come del resto ammette in alcune prose appartenenti all’ultimo periodo di attività e pubblicate postume.
Per amor di paradosso, il protagonista di Per non saper né leggere né scrivere (2007) non sa, giustappunto, né leggere né scrivere ma in compenso ha una memoria uditiva infallibile e conosce a menadito ogni illustrazione della Bibbia del Doré. E in originale il libro s’intitola proprio La Bibbia del Doré. Ed è costellato di frammenti delle incisioni della Bibbia del Doré. Il romanzo successivo dell’“agé terrible” della letteratura svedese s’intitola invece L’acquavite di Norrland, con Norrland che è la regione centro-settentrionale della Svezia comprendente otto province tra le quali Västerbotten, in cui Torgny Lindgren ebbe i natali e dove si svolgono le posate peripezie di questo suo romanzo inebriante.
Ma proprio tutto sulla Finlandia. La Finlandia. Cosa ci fa venire in mente la Finlandia? Tanto per cominciare Paasilinna, i fratelli Kaurismäki, la Nokia, i laghi a profusion, Rovaniemi e Babbo Bastardo Natale, le saune – anche assassine, come nel caso del campionato mondiale di quest’estate durante il quale un vecchio russo è schiattato e il campione uscente finnico per poco non si liquefaceva davanti ai nostri occhi. E ancora: gli strepitosi romanzi di Kari Hotakainen, i suoni di Sibelius, gli Architecture in Helsinki (che non sono di Helsinki e nemmeno finlandesi), le umlaut della lingua suomi come nel nome Frans Eemil Sillanpää, vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1939.
“I tempi cambiano... il secolo morente marcia verso la notte dell’avello” sospira una celebrità letteraria locale sbirciando un corteo funebre da dietro le tende del suo studio. Il caro estinto non è uno qualunque: è un ateo dei nostri giorni, l’ultimo bolscevico. In due parole, un “grande bruciachiese”. Di nome fa Asser Toropainen e le sue estreme volontà, espresse sul letto di morte in pieno periodo pasquale, sono naturalmente di istituire una fondazione funeraria ove costruire un tempio, per l’esattezza una bella chiesetta in legno con la pianta a croce. Chi volesse farsi un’idea, sfogli – come ha fatto Asser Toropainen il grande bruciachiese – l’esaustiva monografia di Esa Santakari Le chiese di legno in Finlandia.
“Che cosa potranno rimproverarci le generazioni future? Di non aver protestato a sufficienza contro l'occupazione del Tibet? Di aver lasciato che la Russia devastasse indisturbata la Cecenia? Del fatto che nel mondo ogni giorno trentamila persone muoiono di fame? Che milioni di bambine e donne vengono venduti come schiavi sessuali?” – si chiede e ci chiede il giornalista e scrittore svedese Peter Fröberg Idling, classe 1972. Guardandosi indietro, infatti, Idling ha una certezza: possiamo rimproverare a gran voce, a tanti intellettuali dell'ultima generazione, d'averci mentito sulla tragedia in corso in Cambogia, la tragedia del regime “più brutale e incapace del Ventesimo secolo”.
Quando l’autore s’immischia, sono cavoli amari. Ché poche cose risultano più moleste di un romanzo appestato dalla presenza tangibile del narratore, da glosse non petite, da occhiolini insistiti e smanacciamenti sul disco della narrazione. Un romanziere, in teoria, non è un dj, un libro non è un disco e il narrare è bello quando fluisce limpido e invisibile nelle sue logiche creative. A patto di non imbattersi nel talento strabiliante del norvegese Erlend Loe, uno che ti comincia un libro con una condanna per strapazzamento di cocorite (condanna a non poter più tenere in casa cocorite) e te lo conclude con lui, l’autore, che scende in giardino ad abbracciare i genitori che hanno appena parcheggiato la macchina.
Si dice che per crescere, un uomo non abbia scelta: deve uccidere il padre. Toglierlo di mezzo, almeno nella propria testa. Esautorarlo. Disinnescarlo. Helmer van Wonderen lo mette di sopra. “Ho messo mio padre di sopra” è la prima frase del romanzo, narrato in prima persona da un protagonista cinquantenne che per tanti, troppi anni ha peccato di accidia e inazione. Non ha ucciso il padre quando avrebbe voluto (o dovuto) e ora che l’uomo sembra incapace di intendere e di volere, lo sequestra al piano di sopra, lo depenna dal mondo. Un “parricidio incruento”, come sottolinea giustamente la traduttrice Elisabetta Svaluto Moreolo nella postfazione.
“Su una nave non ci sono cose giuste o sbagliate, come si dice esistano a terra. Su una nave ci sono solo due cose: il dovere e l'ammutinamento. Tutto quello che vi viene ordinato di fare è dovere. Tutto quello che rifiutate o trascurate di fare è ammutinamento. E l'ammutinamento è punito con la morte. Vi consiglio di non dimenticarlo” (Larsson, p. 80).
Il popolo finnico ha smesso di adorare i suoi dei, e di consacrare loro ricchi e opportuni sacrifici: s'è fatto cristiano e ha rinnegato le sue origini. Oggi, ammettere di adorare il Dio dei cristiani implica manicomio o gravi guasti sociali. L'antico capo degli Dei è stato tollerante per parecchi secoli: adesso non ne può più d'essere trascurato, e medita di radere al suolo la Finlandia. Gli altri dèi domandano un'ultima riunione per provare a salvare il salvabile. La storia la racconta – a modo suo – il grande Arto Paasilinna. Magnificamente blasfema, satira di un'intelligenza sovrumana, “Il figlio del dio del tuono” è un'opera esemplare. È spirituale e credibile, rigenerante e solare. Vivere questo romanzo è stato folgorante.
Estate di San Giovanni, Helsinki, 1975. Un giornalista e un fotografo, depressi e delusi dalla vita, stanno tornando a casa, viaggiando indifferenti e stanchi, quando una lepre attraversa la strada. Viene investita. Il giornalista scende per curarla, laggiù, nel buio della radura dove s'è rifugiata. Il fotografo, stizzito e smanioso, lo richiama. Devono ripartire. Ma il giornalista non torna indietro. E così siamo rimasti qui, dice alla lepre, mentre la coccola e la conforta.
Stralunato, picaresco e grottesco, “Lo smemorato di Tapiola” (1991; IT, Iperborea, 2001), tenero e umanissimo romanzo dello scrittore finlandese Arto Paasilinna (1942), già padre del grande “L'anno della lepre” (1975; IT, Iperborea, 1994), è un libro destinato a fare la gioia di quei lettori in cerca di narrativa di viaggio (e quindi, come sempre, di trasformazione) atipica ed esotica; assieme, piacerà agli appassionati di questioni legate alla natura della memoria e ai problemi legati alle amnesie; infine, colpirà i lettori un po' più avanti negli anni, perché probabilmente riconosceranno nei vuoti, nelle aporie e negli irruenti recuperi del passato (dell'identità) del protagonista qualcosa di famigliare, e di proprio.
Barzelletta. Cosa ci fanno quattordici infermiere svedesi, dieci ostetriche finlandesi, due medici norvegesi, un medico finlandese, un pilota inglese, uno steward inglese, due hostess inglesi, due copiloti inglesi, dieci tagliaboschi finlandesi, due tecnici forestali finlandesi, due ingegneri forestali finlandesi e un giornalista finlandese su un’isola deserta? Si salvano. Dopo nove mesi. Come? Disegnando col fuoco sulla nuda terra e facendosi notare da un satellite. In effetti la battuta non è delle migliori, ma se la espandiamo in forma di romanzo e mettiamo al timone Paasilinna Arto, maestro dello humour finnico e signor narratore, allora le cose cambiano, e si sghignazza. Più che nel finale, in corso d’opera.
Che ne è stato di te Buzz Aldrin?E che ne è stato di te, Mattias, protagonista di questo libro? E che ne sarà di noi tutti?
Per chi non lo sapesse Buzz Aldrin fu il secondo uomo sulla Luna ed è anche l'idolo di Mattias, il più grande numero 2 della Storia (moderna), simbolo di coloro che non vogliono essere protagonisti, esposti sulle prime pagine ma parte dell'ingranaggio, invisibili, sommersi nella massa e svaniti dalla nostra memoria.
Matti Virtanen è un “reduce dal fronte domestico”. Fa parte di quel gruppo di uomini che per primi, in Finlandia, hanno deciso di dedicarsi unicamente alla casa, dando così il via definitivo all’emancipazione delle donne. Faccende domestiche, passione per la cucina, una certa comprensione nei confronti del gentil sesso. Niente maschilismi, amore per la pulizia casalinga, rispetto per gli spazi e il tempo libero della propria compagna.
Matti è un vero e proprio esperto, nel campo. Un originale e devoto angelo del focolare. Fornelli, grembiulino, per di più una bimba piccola da accudire, mentre la moglie è al lavoro e torna sempre più spesso tardi la sera.
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