Marino Magliani è un nome importante della letteratura italiana contemporanea, scrittore minimalista ma non ombelicale, poetico ma non retorico, dotato di uno stile che ricorda Biamonti e Orengo, ma anche narratori come Pavese e Pardini, attaccati alle loro radici impossibili da rimuovere. Scrive di luoghi che conosce, per questo è sempre credibile nelle descrizioni di uomini e ambienti, sfruttando - come in questo romanzo - locations argentine, liguri, spagnole e olandesi.
“Avevamo ammucchiato mezzo metro di roba morbida, fra cui: due polverose valigie di pelle, una polverosa discreta quantità di carta e cartone, della tela che era appartenuta al catino polveroso di una tenda da campeggio (che si chiama catino lo so perché l’ho letto su una pubblicità), alcuni polverosi vestiti usati, due cuscini di un divano ormai dilaniato dalla polvere e dai ragni, alcuni polverosi sacchi di tela verde, il cui contenuto è rimasto ignoto. Ho pensato a Tex, alle notti accanto al fuoco da campo, al cielo stellato. Ho pensato che mancava un’armonica, anche se non sapevo suonarla.” (p. 20).
Marco Ballestracci è un autore che mi rende orgoglioso e che mi ripaga di anni di sacrifici passati a fare il piccolo editore di provincia, perché dalla scuderia del mio Foglio Letterario - con cui ha pubblicato Il compagno di viaggio e Bluespadano - passa a Instar Libri, casa editrice italiana di J.M.G Le Clézio, Premio Nobel per la Letteratura 2008. Prima de L’ombra del cannibale, Ballestracci ha pubblicato - con Mattioli 1885 - i racconti calcistici contenuti nel volume A pedate - 11 eroi e 11 leggendarie partite di calcio, finalista al Premio Bancarella 2009.
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