I sei reportages asiatici del giornalista tedesco Wolfgang Büscher sono di piacevole lettura non solo per l’ambientazione, che ci conduce verso paesi lontani e culture diverse dalla nostra, ma per il modo di viaggiare. Büscher infatti predilige la lentezza ed è in controtendenza in quest’epoca di viaggi-flash e di turismo pecoreccio, pilotato dai tour operator. Il nostro autore si sposta a piedi, in barca sul fiume, in auto con i ritmi orientali e su strade pessime, a bordo di una petroliera.
Del resto Büscher non è nuovo a esperienze di questo tipo, come attestano altre due sue pubblicazioni “Berlino-Mosca. Un viaggio a piedi” (2008) e “Germania, un viaggio” (2009) editi sempre da Voland.
Vita attiva e vita contemplativa, devozione personale e religione convenzionale, conflitto ancestrale fra ascesi e desiderio; questi alcuni dei poli dilemmatici che lo scrittore scozzese William Dalrymple, di stanza in India da 25 anni, ha tentato di individuare in Nove Vite (Adelphi), viaggio appassionante nel paese forse più incredibile della terra – un continente, si è sempre detto, a ragione.
“Due file di bambini, una di fronte all’altra a salutare chi stava arrivando. Ci trovammo così a passare tra quelle ali spiegate nel segno dell’innocenza. La strada di terra battuta, cosparsa di petali rosa. Le bambine e i bambini cantavano un inno di gioia, tra le mani giunte, fiori di campo e a ogni ospite un inchino con la fronte e un sorriso. […]I bambini sorridevano e cantavano, in quel canto di vita lieve, immersi in quella loro purezza, da farti tornare la voglia di credere ogni tanto a un dio giusto e alla speranza.” (p.166)
Puttaparti, 8 settembre 2010. FESSACCHIOTTI A PUTTAPARTI. Parte II.
Puttaparti, 5 settembre 2010. MY JOURNEY WITH GOD.
Madurai, 29 agosto 2010. Partito da Trichi, abbandonato il funesto hotel Annamalai dalla reception nazista e villana (come del resto è anticipato anche sulla guida Lonely.) Ma ero stato cacciato dal dirimpettaio hotel governativo Tamil Nadu dopo tre giorni. Mi avevano correttamente avvisato all'arrivo e non ho nessun rilievo da fare su di loro: un hotel modesto (costa 500 rupie con A/C), ma cortese, e mi hanno fatto anche lo sconto del 10% senza che chiedessi nulla. Naturalmente: noiosa burocrazia statale, carte, firme. Però macchinari e stampanti modernissimi e veloci.
Puducherry, Ferragosto 2010.
SI', NO, MAH. Appena venuto al mondo il neonato si esprime attraverso un'unica struttura linguistica: il pianto. Non percepisce la madre se non come capezzolo, è guidato nella sua ricerca, non dalla vista ma dall'olfatto. Posto accanto alla mammella, detta ricerca avviene con un movimento verticale della bocca (e della testa). Quando il neonato è sazio, rifiuta il capezzolo offerto con un movimento orizzontale della testa verso destra o sinistra.
Colombo, 16 luglio 2010. Dormito profondamente al Juliana. La costosa stanza non ha finestre e puzza di muffa. Non ho fatto problemi essendo sfinito da 8 ore di autobus. E poi a mezzogiorno me ne vado. Stanotte alle 3.10 un ubriaco ha bussato rumorosamente alla mia porta! Che era chiusa solo con catenella (ricordandomi della precedente al secondo piano, molto complicata da aprire dall'interno una volta chiusa a doppia mandata, essendo difettosa come quasi tutto in questo volgare albergo).
2002. Il letterato flaneur Luciano Troisio si concede il lusso d'una nuova, fascinosa collaborazione con un artista: sette disegni di Sergio Alberti (Pavia, 1944) fregiano la rara plaquette “Three (or four) girls”, pubblicata da Signum nella “Collana dei numeri” diretta da Claudio Granaroli.
“Performances censurate dall'editore ma corrette con collages, una copia alla volta, dal sottoscritto: che non ne ha più nessuna”. Scopriamo quindi questa rarissima plaquette pubblicata dai tipi dell'Antico Mercato Saraceno di Treviso nel 1986. “I giardini della Maharani” è uscita a due anni di distanza da “Persistenza del cavallino” (1984), espressione del Troisio più sperimentale, sregolato e possibilmente estraneo alla linearità: sostanzialmente, stupefacente. Tranquilli: siamo sempre da quelle parti. “Waste sky. / Diavolo di un signifiant / su vetrofania elusa / all'ultima delle porticine / la fantaisie au boudoir dietro / a iura dietro ad aforismi”. Appunto.
Storia d'un italiano prigioniero di guerra in un campo inglese in India; della disfatta del nostro esercito e del nostro popolo, e della dolorosa battaglia per la difesa dell'identità, della memoria e dell'essenza di ogni individuo; storia della contrapposizione viva tra chi allora riconosceva la patria nel fascismo, e chi invece nel suo rovescio logico, ossia la repubblica parlamentare; storia d'una vicenda oscura dei nostri soldati, altrimenti estranea alla letteratura.
Quali sono i pensieri e le paure di un bambino adottato dall’estero che, in età scolare, giunge in Italia? Cosa prova in un mondo per lui tutto nuovo, accolto da due genitori quasi sconosciuti, per quanto affettuosi? Questo l’interrogativo che sembra porsi l’autore di questo romanzo breve e pulito, dai buoni sentimenti. Pragasi è una bambina indiana di nove anni che, tre anni prima, è stata adottata da una coppia italiana che non le fa mancare nulla, la ricolma di affetto e tenerezze, le dona un benessere materiale del quale mai avrebbe goduto nel suo paese d’origine. Pragasi ama teneramente la sua nuova famiglia, specie il papà, socializza alla perfezione con le coetanee, frequenta la scuola senza difficoltà.
Nel 1975 Giorgio Manganelli si apprestava a prendere un aereo che lo avrebbe portato, quale inviato de “Il Mondo”, in un Paese che 14 anni prima aveva lasciato un forte segno nelle vite di Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, entrambi autori di originali memorie di viaggio impresse su carta.
Un lampo squarcia il cielo notturno ritratto sulla copertina di "Quello che non c'è". Se il cielo della copertina immortala un istante inquietante, anticipatore di un violento temporale, il futuro della band di Milano non può apparire che roseo all’orizzonte, anche senza lo storico chitarrista Xabier Iriondo, autore delle graffianti melodie dei precedenti dischi.
Il risultato del lavoro senza la chitarra di Iriondo è un disco cupo e decadente, senza l’ironia che caratterizzava i precedenti lavori.
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