Tragicomico, cattivo, allegorico, coraggioso e disperato, “Il nazista & il barbiere”, romanzo del 1971 (It, Marcos Y Marcos, 2006; 2010) è una favola nerissima scritta da un ebreo tedesco, classe 1926, errante come da grande tradizione e sofferente per tutti i mali del Novecento, come da universale e ingiusta condanna. Hilsenrath è riuscito, tuttavia, a scrollarsi di dosso il male trasfigurandolo e animando un romanzo determinante per capire con quanta semplicità si possa essere grandi, e con quanta fantasia si possa scrivere qualcosa di sinceramente credibile.
Giovedì 21 settembre su Repubblica è apparso un articolo “Elfriede, la Ss che visse da ebrea” firmato da Vittorio Zucconi, in cui si narra la vicenda di una cittadina tedesca che durante il nazismo si era volontariamente arruolata come sorvegliante in un lager (la sua specialità era aizzare i cani contro il gregge delle prigioniere tremanti per tenerle buone, in riga, disciplinate verso la “soluzione finale”) e che, dopo la guerra, nel 1959 sposa in Germania un americano ebreo che le da la possibilità di emigrare negli Usa e sistemarsi a San Francisco.
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