Credo che almeno una volta nella vita sia capitato a tutti di scontrarsi con la ferocia e la crudeltà dei bambini, con la loro cattiveria capace di spingersi oltre qualunque limite e non sto parlando, semplificando, dei bambini di guerra o di coloro che vivono i zone difficili o da storie di degrado, no, sto parlando dei bambini che hanno giocato con voi, dei vostri figli, di quelli che vedete uscire da scuola. Magari vi sarà capitato anche di viverla sulla vostra pelle questa crudeltà quando eravate piccoli o magari l’avete vissuta anche oggi che siete degli adulti (i bambini sono capaci di non farsi troppi problemi) e che avete dei figli o dei nipoti e questa ferocia vi ha sconvolto la vita in una tale maniera che ne rimarrete segnati per sempre.
“Uomo di tungsteno” è un romanzo breve, o racconto lungo (si attesta sul centinaio di pagine e poco più) che se anche fosse stato di più congrue dimensioni non sarebbe affatto dispiaciuto. La scrittura di Marsili corre veloce e tesa non privandosi di momenti quasi poetici, ad ogni breve capitolo è associata una canzone (dispiace solo, per quelle che non conoscevo, di non essere riuscito a trovarle...), e così, nel momento in cui l'ho finito mi son detto che, forse, un respiro più ampio non avrebbe fatto male a questa storia. Avevo, ecco, la voglia di saperne di più, di Estrela, Manuel, Vittorio, Umberto, Volframio, delle miniere di tungsteno, dell'Alentejo, del museo Atomium dell'Heysel Park.
La prima domanda che è lecito porsi, e di conseguenza porre a Gordiano Lupi, scrittore, editore, giornalista e talent scout letterario di Piombino, è la seguente: ma c’era proprio bisogno di una storia del cinema horror italiano? Non bastano forse i generici dizionari di cinema che già sono sul mercato da anni? E poi, ancora: a chi interessa l’horror del tempo andato, quando di crudeltà ed efferatezze a buon mercato ne è piena la vita di tutti i giorni, con tanto di media ad amplificarne l’eco? Non bastano Avetrana o i deliri di sangue di qualche sedicente gruppuscolo satanista divenuto tale per ammazzare la noia e il vuoto esistenziale che restituisce la sempre più desolata provincia del profondo nord?
Mangia la zuppa, amore. Il titolo mi ricorda vagamente Vuoi star zitta per favore? di Carver, ma è più debole, dà l'idea di due persone, a tavola, di cui una con qualcosa dentro da dire, ma che l'altra non ha così voglia di sentire, probabilmente perché già sa cos'è quel qualcosa dentro, e così dice: Mangia la zuppa, amore. Che una persona rimane con quel grumo dentro, e anche se l'altra sa, è lo stesso, perché certe cose dovrebbero comunque uscire.
Questa raccolta di racconti sembra uscita da uno stato di dormiveglia. L'autore, nella sua premessa iniziale, pone l'accento su tre elementi portanti: l'acqua, il sogno, la follia; sono certo caratteristiche importanti all'interno del narrato, e facenti parte della sua scrittura, ma da lettore il senso complessivo che ne ho avuto, appena terminata la lettura, è stato quello di uno stato di dormiveglia. Sarà forse stato un influsso inconscio del primo racconto, che dà il titolo anche alla raccolta, dove “È una forma d'intimità, quella che più avvicina la scrittura al sonno.” (pag. 17).
Il divoratore di Lorenza Ghinelli, da appena un mese in libreria, ha già scalato i primi posti della classifica di narrativa italiana. Sono solito diffidare delle classifiche, credo che raramente rappresentino le cose migliori del mercato librario. Lorenza Ghinelli e Silvia Avallone sono le eccezioni che confermano la regola. Il divoratore è un libro al quale sono molto affezionato, credo di essere stato il suo primo lettore, quando era ancora sotto forma di manoscritto, rilegato con la classica spirale da studente universitario. Ho creduto subito che fosse un grande romanzo e l’ho pubblicato nella collana di narrativa che dirigo per Il Foglio Letterario.
“[…] nequa femina pulcrior / clarum ab Oceano diem / viderit venientem” (Catullo).
Tullio Gadenz, scrittore di area mitteleuropea, è stato amico e confidente di Antonia Pozzi, poetessa tra le più grandi del Novecento. Di recente è stato pubblicato l’epistolario. Adesso torna in libreria dopo settant’anni anche l’opera poetica di Gadenz. Infinitezze (a cura di Marco Dalla Torre, Edizioni Il Foglio, pagine 184, euro 18) raccoglie l’intero corpus di liriche edite e inedite del poeta trentino. Dal rifugio ideale delle sue montagne Gadenz accarezzò l’infinito sublime della parola.
La poesia è la lingua del cuore che parla attraverso intensi e spiazzanti stati d’animo. Il mondo dei versi per Valentina Trio è un dizionario dei sensi in cui è possibile leggere l’alfabeto delle emozioni, senza le quali non è possibile dare un significato a niente.
Il viaggio orientale in Parise e Troisio, due modi opposti di vedere il mondo e di interpretare la realtà, la realtà fascinosa e degradata dell’Oriente, una realtà però vista in tempi diversi, la Cina della rivoluzione culturale per il primo, la Cina degli anni fine Ottanta-inizio Novanta per il secondo. Negli anni Sessanta, al pari degli intellettuali della sua generazione, come Pasolini e Calvino, Goffredo Parise attraversa un periodo di profonda crisi identitaria.
Sì, esiste qualcosa di diverso dalla narrativa di genere: nella nuova ondata di letteratura italiana si riconoscono tutta una serie di formidabili, giovani identità autoriali caratterizzate da un aspetto principe; questo aspetto è l'incompatibilità. Incompatibilità rispetto alle ideologie passate e presenti, incompatibilità rispetto ai manifesti e ai dogmi, incompatibilità rispetto – spesso – alla tradizione letteraria nazionale, quasi mai accettata come punto di riferimento primo e incontrovertibile; sembrano più inglesi o americani, per stile, reminiscenze e dignità autoriale.
Le parole si ridefiniscono nell’immagine e la copertina introduce alla silloge nella solitudine poetica e realistica di un paesaggio dove la roccaforte diventa paradigma della propria interiorità. La luminosità che emana dal verde apre una possibile speranza allo sguardo sull’esistenza che pur sempre si stringe nella esistenzialità dolorosa di Cesare Pavese, autore amato fin dalla gioventù dall’autore Gianni Sassaroli.
"A destra per caso" è un pamphlet nato sulla scia di una convinzione di Sciascia; ossia che ogni scrittore è politico, e che il giusto sentiero della scrittura politica è offrire la propria responsabilità a tutti. E così Carlo Gambescia e Nicola Vacca raccontano la loro esperienza di intellettuali e giornalisti culturali passati, accidentalmente, a scrivere per l'area politica destrorsa, nel periodo delle sue maggiori trasformazioni ideali, essenziali ed estetiche; l'esperienza di Gambescia e Vacca ha finito poi per soffrire un eccessivo disorientamento e uno straniamento senza precedenti.
“Sferragliando verso sud suona proprio bene e rende al meglio l'idea di questi viaggi programmati dalla solita improvvisazione e compiuti su treni a dire poco in disarmo su lunghi ferrosi e arrugginiti binari, verosimilmente lunghi come tutta questa inverosimile nazione e attraversati da infinite genti che vorrebbero solamente e semplicemente essere altrove” (Izzo, “Balla Juary. Sferragliando verso Sud”, p. 21).
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