Un libro difficile da recensire, scrive bene Antonio Moresco nella sua lettera pubblica indirizzata all'autore, senza correre il pericolo (aggiungo io) di cadere nella banalizzazione. Difficile da recensire, non perché può apparire una troppo esibita privata confessione, ma per il rischio da parte del recensore di non riuscire a restituirne pienamente la compiuta misura, l'indiscutibile forza poetica.
Se mi fosse chiesto di indicare fra i libri letti negli ultimi anni quale possa descrivere al meglio la deriva sempre più totalitaria intrapresa dagli Stati Uniti post-11 settembre citerei senza alcun dubbio “Callisto” di Torsten Krol, uscito nel 2007 e pubblicato nello stesso anno da Isbn.
Non credo che questo dittico d'esordio del teologo-operaio (come si autodefinisce) Emanuele Tonon sia stato scritto con l'intento di inchiodare i cattolici ingenui e teologicamente meno avvertiti, né tantomeno di fornire un supplementare appiglio agli sfegatati negatori del divino, gli indifferenti, gli atei convinti. Piuttosto nasce come esigenza di ricerca personale, folgorante restituzione in forma letteraria; declinazione narrativa di una ricerca teologica ancora in pieno fermento. Consumata dall'evidenza (ineluttabile per lo scrittore) di un Dio cieco e sordo rispetto alla sua creazione: che non torna, rimane assente.
Milano, fine anni Cinquanta. Per ripetuti flussi di coscienza e per serrati dialoghi, per sperimentali ombelicali angosce ed esistenziali e borghesi rimorsi, per bizzosi cambi di prospettiva e di punto di vista e incresciosi e velleitari sentimentalismi, Oreste Del Buono dava vita al suo quarto libro di narrativa: “Per pura ingratitudine” (Feltrinelli, 1961) andava assemblando, in tre atti, la contrastata vicenda d'un letterato fallito o giù di lì che viveva storie extraconiugali con una certa incresciosa intensità, e una certa dedizione. A cinquant'anni di distanza mi sembra che abbia perduto in freschezza, e in coraggio; quanto poteva pesare in una società bigotta, un libro come questo, noi non riusciamo neanche a immaginarlo. Peccato.
Berto s'è appena sposato ma non sembra proprio euforico. Dovrebbe essere almeno felice, ma non sembra felice. Sembra preoccupato, più che altro. Lui e sua moglie stanno in viaggio, e lui non ha una gran voglia di pensare. Meglio non pensare. Meglio non capire. Sente che Anna è nervosa, si discute per cose minime. Forse è l'emozione del nuovo, comune inizio. Forse è qualcosa di diverso.
Questo è un romanzo di un ritorno. È il romanzo del ritorno a casa del soldato prigioniero di guerra: il ritorno di uno che aveva perduto la speranza, e s'era ingannato a dare coraggio agli altri, come poteva. Milano sembra un paese straniero: “case distrutte, muri sudici e neri per gli incendi” [p. 127], rovine a pochi passi da casa, alberi sradicati. La porta di casa, tanto attesa, è a un passo. L'interno della casa è intatto. La famiglia si raduna attorno al figlio ritornato. Lui si guarda allo specchio e si ritrova “una faccia ambigua: disorientata e goffa […]. Mi sembrava di avere polvere anche dentro gli occhi, ma doveva essere soltanto stanchezza” [p. 132]. Passano giorni, settimane. Il reduce rimane quanto più può a letto.
“Siamo stranieri; in questo paese ci chiamano ladri, traditori, vigliacchi, ci portarono su ammucchiati nei vagoni bestiame, tenuti a bada con i fucili. Un giorno hanno detto che eravamo liberi, non si capiva di cosa: di lavorare e patire come prima, da prigionieri […]. Siamo sperduti, parliamo, facciamo dei gesti senza conoscere delle parole, delle cifre di salvezza. Non sappiamo che quando si lavora e non si lavora, quando si mangia e si dorme. […] è sempre inverno. Questa guerra e questo assedio del cuore. […] Ogni sera è uguale, lo sconforto del giorno che verrà dopo, e non si può avere una speranza, fabbricarsela” [p. 9; p. 15; p.17; p. 24].
«Tu ami ogni parola che causa rovina,/o lingua insidiosa!» [Salmo, 52:4]
«Il mio amico sciamano mi dice che è solo uno spostamento, amore. Mi dice che ti sei solo spostata, e dove ti sei spostata non posso vederti. Mi dice che tutto quello che vediamo non è vero. Che vero è solo ciò che non vediamo. Ma il mio amico sciamano non sa che io ti vedo ugualmente, per quanto tu possa esserti spostata. Non sa che ho fatto di te la misura di tutta la mia vita» [Tonon, “La luce prima”, p. 76]
Che scrittore avrebbe potuto essere Pier Antonio Quarantotti Gambini [1910-1965] se non fosse stato ferito e sconvolto dalla sorte della sua madrepatria, l'Istria? Sarebbe stato, probabilmente, un onesto scrittore sentimentale, sedotto dai disordini emotivi dell'infanzia e dell'adolescenza, non estraneo a qualche capitombolo morbosetto, capace di giocare con tutte le luci e le ombre del mare, e della vita delle città e delle cittadine di mare. Sarebbe stato un narratore giuliano forse non sempre all'altezza della tradizione del primo Novecento triestino: e tuttavia chissà cosa avrebbe potuto sprigionare.
Diario tardivo, provinciale e retorico di una disastrosa, depressiva e umiliante stagione politica – quella dell'Italia forzista, a un passo dal tracollo, a un soffio dal ventennio – “Sentimenti sovversivi” è un libro scritto con dignità, angoscia e sentimento ma con una differita abbastanza eccessiva. L'attacco frontale al berlusconismo andava pubblicato almeno quindici anni fa: almeno dieci anni fa: almeno cinque anni fa. Addirittura almeno tre anni fa. Adesso è un po' superfluo: peraltro è un po' troppo facile. Comodo non ancora: il sultano sta ancora là, il potere della sua famiglia e dei suoi scherani fa ancora paura, le sue televisioni provvedono alla causa con la potenza e l'invadenza di sempre, il parlamento obbedisce ai comandi, somaro.
Ci sono porzioni di vita che, parafrasando Seneca, non sono vita, ma tempo. La vita di Massimo Venturi, il personaggio principale e voce narrante de "Il campo 29", dopo essere stato catturato in Africa e condotto prigioniero ai piedi dell'Himalaya, è divenuta essenzialmente tempo. Tempo da ammazzare, da annientare, da riempire in qualche modo.
“Perché il calciatore non è un impiegato, ma è un artista. E se non è un artista, è un uomo-macchina, un oggetto di scambio. Che non paga tasse, o le paga poco. E che fa il soldato, senza però interrompere mai né l'attività né soprattutto i suoi guadagni, al contrario di tanti poveri figli. Siete giovani, avete diritto all'entusiasmo. Potete entrare gratis allo spettacolo delle illusioni. È giusto e maledetta sarebbe una vita che vi negasse questi diritti. Ma c'è una strega, ragazzi miei. E mi dispiace che abbia dovuto presentarvela. Benché voi, conoscendola oggi, possiate salvarvi. E io, invece, mi sono dovuto rovinare prima di conoscerla” [Pennacchia, “La vita disperata del portiere Moro”, p. 66].
“Ero un lupo mannaro da ventun anni quando, nel maggio del 1863, lessi della spedizione di Quinn in un servizio sul 'Times'. Non avevo ancora, evidentemente, trovato risposta alle grandi domande che continuavano a tormentarmi. Una volta al mese mi trasformavo in un mostro, mezzo uomo e mezzo lupo. E va bene. Uccidevo e divoravo esseri umani, e la prima era stata mia moglie. E va bene anche questo. Ma dove si inseriva tutto questo nel disegno delle cose?” [Duncan, “L'ultimo lupo mannaro”, p. 209].
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