Drammatica e cannibalica allegoria della sofferenza del popolo italiano nei primi cinquant'anni del secolo scorso, “I Cariolanti” è un'opera letteraria che sprofonda nel male – e dal male lascia discendere e derivare una narrazione viscerale, rabbiosa e violenta, storia di miseria nera e di fame assoluta, di povertà e ignoranza, di straordinaria e incontrovertibile sconfitta del bene, e della speranza.
"Teresa dice: 'Il sole se ne sta andando'. E Chicca, sussurrandomi all'orecchio: 'In francese si dice entre chien et loup, capisci? Tra il cane, che è il giorno, e la notte, che è il lupo. Quell'ora in cui non si distingue'. E immagino, dietro al sole, denti aguzzi e un ululato spaventoso” (p. 47).
“Io l’ho conosciuto nell’autunno del 1965. Era un ragazzino dai capelli corti, suonava la chitarra in un complesso. Un tipo taciturno, timido. Venne alla Ricordi, mi fece sentire alcune sue canzoni. Gli dissi che la musica mi piaceva molto, ma le parole no. E lui mi diede ragione. Cominciammo a lavorare insieme (…). Lavorare con Battisti è stato per me un hobby, mi divertivo, osavo di più, dicevo e dico tuttora le cose che sento, che ho vissuto”
(Mogol in “Oggi”, 3 maggio 1971. Nel libro di Stefanel, a p. 11).
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