Ci sono titoli (di libri, ovviamente) che “suonano” bene e rimangono in mente, catturano l’attenzione per un’atmosfera suggerita, una parola indovinata, messa lì al punto giusto e al momento giusto; titoli che stimolano fantasie e accendono lampadine di sana curiosità intellettuale, come fossero testimoni cartacei di una reale esigenza collettiva. È certo questo il caso dell’Arte del piano B di Gianfranco Franchi: classico esempio di titolo accattivante simpatia al massimo grado, visto il persistente disagio in cui ci ritroviamo tutti più o meno impantanati, qui, ora e per chi sa quant’altro tempo.
C’è una sorta di vuoto nella coscienza e nella memoria di noi italiani a proposito della storia della nostra penisola e personalmente me ne sono accorto per il 150° dell’Italia unita, al di là della retorica delle celebrazioni e delle ricorrenze. Sì, abbiamo studiato sui banchi di scuola quei fatti, maestre e insegnanti ci hanno insegnato della fondazione di Roma, di questo e quell’altro, di Garibaldi e dei Savoia, della dittatura e della Prima Guerra Mondiale ma la nostra conoscenza si limita spesso a un condensato di date simile a un bigino composta da poche pagine e sempre più scolorito. Perché questa premessa?
“...e se esistesse un alfabeto fatto solo di acca? Beninteso, di parole formate con la parola acca. Prima ipotesi: non si capirebbe un’acca. Ipotesi alternativa: ne siete sicuri?”.
Tenuta a battesimo da Mino Maccari nelle stanze del “Mondo” di Pannunzio, “L'Italia dei poveri” è un'appassionata raccolta di racconti-inchiesta firmati dal giornalista salernitano Giovanni Russo. Si tratta di scritti composti tra 1950 e 1957, senza pensare ad una futura pubblicazione in volume: sono pagine che erano rimaste, tendenzialmente, al di fuori dell'articolo commissionato dal giornale o dalla rivista.
“Seppe riconoscere il genio di Jarry, del doganiere Rousseau, di Picasso, di De Chirico, di Derain. Mentre Paul Valéry poteva sembrare un attardato, al suo cospetto. Per Philippe Soupault, Apollinaire non era un capo ma un 'fusée-signal'. Era contagioso, non aveva bisogno di persuadere, di spiegarsi. Bastava sentirlo parlare per credere alle sue parole. Dubitava poco e chi lo seguiva migliorava i suoi versi. Quanti fantasisti o neoclassici non sarebbero mai nati senza di lui? Era triste ma non disperato. Aveva il senso della novità. Non si dichiarava, tuttavia, mai rivoluzionario, e chiamava 'sorpresa' lo 'scandalo'. Se qualcuno gli resisteva la sua risata diventava irresistibile. Voleva distruggere per ricreare” (Renzo Paris su Apollinaire, pp.
«Se il mondo in cui siamo vissuti era centrato sulla repressione politica, quello di oggi si basa sulla repressione economica. Sono due facce della stessa medaglia. Entrambe ci controllano e ci riducono in sudditanza; cercano di trasformarci in schiavi e macchine che reagiscono a ordini prestabiliti. Entrambe ci lavano il cervello in maniera altrettanto perfida e ci alienano con altrettanta efficacia […]. I nostri compromessi di oggi sono identici a quelli che facevamo in passato».
“Alla fine, dalla valigia, aveva tirato fuori un libro. Era un vecchio romanzo, 'La maschera di Dimitrios' di Eric Ambler, un autore che a lui era sempre piaciuto. Il romanzo cominciava con una frase alla quale sarebbe tornato più avanti nel tempo, quando Soula, da sconosciuta con la quale aveva scambiato solo poche battute all'aeroporto di Atene, sarebbe diventata la sua donna, lì in Grecia. La frase è: 'Un francese di nome Chamfort disse una volta che il 'caso' si identifica con la provvidenza'” (Zandel, “Il fratello greco”, p. 39)
Errico è un dirigente d’azienda con una carriera rispettabile. Improvvisamente il suo datore di lavoro decide di metterlo da parte. A cinquant’anni la sua vita cambia. Si ritrova a fare i conti con una realtà che stravolge le sue abitudini esistenziali e professionali. Complice le buone intenzioni di sua moglie, Errico decide di inseguire il suo passato e di partire alla ricerca delle verità nascoste che riguardano suo padre. I buchi neri della memoria lo portano sull’Isola greca di Kos. Qui Errico scoprirà qualcosa che cambierà definitivamente il corso della sua esistenza.
Cesare de Seta guarda alla Storia in retrospettiva, sceglie il terreno infido di una stagione la cui eco ancora stenta a spegnersi, ma ripercorre i clamori della primavera 1968 da un'angolazione intimista, servendosi di uno scrivere dallo stile lirico, a tratti di un'ironia irriverente, che dà luogo ad un romanzo psicologico in terza persona, capace di restituire l'illusione di un'età bugiarda in tutte le sue infinite sfumature.
Il favoloso mondo del cinema non è estraneo alla recessione. Sembra, piuttosto, che tutta una serie di lavoratori stiano soffrendo difficoltà che larga parte della cittadinanza non conosce, non immagina nemmeno e fatica, in ogni caso, a credere possibili. Questo romanzo di Antonio Petrocelli, attore e scrittore italiano classe 1953, alla spalle un esordio letterario con prefatore d'eccezione (Sofri: “Volantini. Ora tocca a me partire”, 2001), serve fondamentalmente a questo: a informare e sensibilizzare la cittadinanza a proposito dello stato e delle condizioni di vita degli attori meno noti, e di tutti i precari (cronici) del mondo dello spettacolo.
Sì, esiste qualcosa di diverso dalla narrativa di genere: nella nuova ondata di letteratura italiana si riconoscono tutta una serie di formidabili, giovani identità autoriali caratterizzate da un aspetto principe; questo aspetto è l'incompatibilità. Incompatibilità rispetto alle ideologie passate e presenti, incompatibilità rispetto ai manifesti e ai dogmi, incompatibilità rispetto – spesso – alla tradizione letteraria nazionale, quasi mai accettata come punto di riferimento primo e incontrovertibile; sembrano più inglesi o americani, per stile, reminiscenze e dignità autoriale.
Introduce magnificamente Andrea Di Consoli: “Milano non esiste è un romanzo scritto con la furia orale di un operaio non acculturato; è un lungo e barbarico monologo viscerale; è, soprattutto, un romanzo su quell’umile Italia popolare che ancora odora di pelle, di lavoro, di rabbia, di vino, di sudore e di carne”.
MAURIZIO CECCATO. UNDERCOVER
“Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di scrivere che quello è il periodo più bello della vita...” scrive Paul Nizan cominciando 'Aden Arabia'. Per chi aveva all'incirca vent'anni e, agli inizi degli anni Sessanta, si affacciava nel mondo delle arti e delle lettere, a Napoli, disperazione ed euforia, voglia di fuggire e decisione di restare nonostante tutto, si alternavano in maniera continua, determinando una situazione psicologica del tutto particolare (...)” (Piemontese, “Fantasmi vesuviani”, p. 65)
Prepotente come l'esordio di questo romanzo, di bellezza pari all'intensità e alla violenza dei sentimenti di una madre, della madre che racconta cosa significa dare alla luce un bambino, e cosa significa avere diciannove anni, in quel momento, ricordo d'aver letto poco, negli ultimi anni. Forse niente. La maternità è un mistero assoluto, per noi uomini; è solo il principio di una metamorfosi della donna che abbiamo amato e ameremo per sempre, è solo la sensazione di un evento fenomenale, incancellabile (e: giusto. Naturale, perfetto). E da quell'esordio in avanti mi sono lasciato andare, tra le pagine, come se fossi cullato.
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