Pirandello sosteneva che «siamo i primi nove anni della nostra vita». Amélie Nothomb, con questo singolare suo racconto autobiografico, accorcia il tempo decisivo che imprime l'indelebile effigie al nostro essere ai primi soli tre anni di vita. Nel ridiscendere alle scaturigini della propria identità, la scrittrice compone un eccentrico Bildungsroman, tutto imperniato sul rapporto fondamentale tra realtà fisica e linguaggio, cose e possibilità di nominarle. L'edificazione del reale diventa possibile solo attraverso la parola: un buttar fuori che produce realtà solo e in quanto riesce a nominarla, in qualche modo a definirla.
Come reagireste se domani i mezzi d’informazione annunciassero che qualche simpatico cervellone ha inventato una macchina capace di predire, dopo l’analisi di una vostra goccia di sangue, le modalità della vostra morte? Non quando accadrà ma come schiatterete e che quel come non fosse così chiaro come magari vi potreste aspettare ma con delle frasi tipo “Non facendo ciao ma annegando” o “Mandorla”? o “Ucciso da Daniel?” Probabilmente rimarreste agghiacciati ma forse, in fondo al vostro cervello, sorgerebbe il desiderio di provarla o farla provare a qualcuno che vi sta accanto e per il quale magari non provate un grande affetto.
A quanto ho potuto constatare, "Un caso di ordinario coraggio" è l'unico libro di Pascale Roze tradotto in italiano. La scrittrice francese, nata a Saigon nel 1954, ha conquistato il prestigioso Premio Goncourt per "Le Chasseur Zéro", suo romanzo d'esordio, nell'ormai lontano 1996 ma di lei non avevo mai sentito parlare. Eppure merita.
La lettura di "Un caso di ordinario coraggio" (titolo originale "Itsik", anno 2008) è stata spontanea e continua, durata esattamente il tempo di un breve viaggio in treno. Le pagine scorrono docili e avvincenti, si arriva alla fine del romanzo senza quasi accorgersene.
Mi si darà del pazzo se comincio questa recensione confessando che le pagine migliori dell’ultimo libro di Gianluca Morozzi “Chi non muore” sono tre: le due iniziali, pagina 13 e 14 e l’ultima, la 278 ma purtroppo non saprei come altro cominciare e perdonatemi per questa libertà che mi prendo.
“Rickard Berglund era per molti aspetti un ragazzo razionale, eppure odiava i martedì.” (Pag15)
Così Håkan Nesser ci presenta il personaggio fondamentale de “L’uomo che odiava i martedì”, la nuova indagine dell’ispettore svedese, di origini italiane, Gunnar Barbarotti, un romanzo giallo di quasi 500 pagine dalle tinte fosche che ruota tutto attorno al contrasto fra razionalità e irrazionalità, fede e dubbi spirituali.
Presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, qualche tempo fa, ho visto una mostra intitolata "100 capolavori dallo Städel Museum di Francoforte.
Ci sono Paesi, almeno per quanto mi riguarda, che non sono altro che semplici riquadri su una carta geografica. Conosco pochissimo di loro, della loro storia, della loro cultura, delle loro bellezze culturali e artistiche, anche se fanno parte dell’Europa e sono ormai facilmente raggiungibili con un volo aereo, ed è stato anche per questo motivo che ho deciso di leggere “La purga”, romanzo della scrittrice finlandese, di origine estone e classe 1977, Sofi Oksanen ambientato in Estonia. Il risvolto di copertina e gli innumerevoli premi e attestati di stima ricevuti dall’autrice sembravano far presagire qualcosa di notevole ma a lettura terminata si resta con la sensazione di aver letto un libro incompiuto.
Mescolanza al fulmicotone di Villaggio, Campanile, Malerba, Cavazzoni (ma non aspettatevi che inserisca Benni, lo detesto), ma la prima edizione di questo capolavoro risale al 1952 (Guanda) e fu solo l’inizio di un percorso che si concluse con l’edizione da noi considerata e che ebbe risonanza adeguata e giusta grazie anche alle note di seconda e terza di copertina di Calvino. Che diceva: (Frassineti) prende di petto il nodo più doloroso che impastoia la vita italiana, il male più incancrenito da cui nessun cambiamento di regime o d’istituti è riuscito a liberarci: l’assurdità burocratica.
“Forse è venuto il tempo di seppellire il corpo insepolto di Pasolini… Dimenticare Pasolini per ricordarlo davvero”.
Tra i pochi romanzi che Nina Berberova chiese esplicitamente venissero pubblicati dopo la sua morte, c’è questo, scritto tra 1948 e 1950, pubblicato da Actes Sud nel 2002 e finalmente in Italia da Guanda nel 2009, che ne ha condotto la traduzione sulla prima edizione francese, come da indicazioni dello stesso editore originale.
“Col cuore assoluto della poesia della vita macellato / dai loro corpi buono da mangiare per mille anni”. A quelli che scrivono poesie chiedo: ma voi ce la mettete l'anima in quello che scrivete? E lo stomaco ce lo mettete? E il cuore? E le gambe per correre e scappare ce le mettete? E tutta la vostra energia mentale ce la mettete? E tutti i vostri difetti, vizi, porcherie, infedeltà, inettitudini, e paure, ce le mettete? Se non ce li mettete, va bene lo stesso. Purché lo ammettiate. Ammetterlo è già farlo.
Sì, esiste qualcosa di diverso dalla narrativa di genere: nella nuova ondata di letteratura italiana si riconoscono tutta una serie di formidabili, giovani identità autoriali caratterizzate da un aspetto principe; questo aspetto è l'incompatibilità. Incompatibilità rispetto alle ideologie passate e presenti, incompatibilità rispetto ai manifesti e ai dogmi, incompatibilità rispetto – spesso – alla tradizione letteraria nazionale, quasi mai accettata come punto di riferimento primo e incontrovertibile; sembrano più inglesi o americani, per stile, reminiscenze e dignità autoriale.
A Dio Spiacendo, vi può capitare di tutto. Ma non “di tutto”, bensì DI TUTTO. Perché Egli è ovunque, onnisciente, onnisclerante e onnipresente.
Insomma per Shalom Auslander non si può sfuggire al volere divino, che lungi dall’essere comprensivo dimostra soltanto evidenti stati egotici in cui l’IO sovrasta tutto il resto.
“Il giorno” è un romanzo piuttosto breve ma dal peso specifico notevole. Ancora una volta Wiesel torna a parlare del dramma della colpa dei sopravvissuti. Una colpa ancora più lacerante e distruttiva se si è sopravvissuti ad un campo di sterminio nazista. Il protagonista della storia, di cui non si conosce il nome, è l’io narrante e, indubbiamente, l’alter ego dello scrittore. Una persona apparentemente normale che si porta dentro ed addosso il fardello della propria esistenza in vita.
Commenti recenti
11 ore 36 min fa
11 ore 37 min fa
12 ore 51 min fa
12 ore 52 min fa
14 ore 8 min fa
15 ore 39 min fa
16 ore 2 min fa
16 ore 7 min fa
19 ore 17 min fa
19 ore 20 min fa