Sesto libro di narrativa di Renzo Rosso, “Le donne divine” (Garzanti, 1988) è un romanzo d'agnizione tragica e di nostalgia sconfitta. L'agnizione finale è quella della reale natura del rapporto tra lo “zio” e il “nipote” protagonisti del libro; la nostalgia è quella, dell'artista e forse del suo primo protagonista, per la lontana Trieste. Tecnicamente non è il miglior romanzo dell'artista giuliano, padre della “Dura spina”: è un buon libro esistenzialista, un po' mélo, politicamente velleitario (si dice e non si dice, ma appare il fantasma della spia triestina per eccellenza, l'assassino comunista Vittorio Vidali, stalinista: uomo lugubre, eppure amico di zio e nipote), morbosetto e febbrile.
Paolo Ruffilli torna, dopo l’alto esito de “La gioia e il lutto” e a sette anni da quell’evento, con “Le stanze del cielo”. La nuova raccolta persegue e riplasma la struttura poematica che caratterizzò il libro precedente in una consonanza tematica bene evidenziata da Alfredo Giuliani in prefazione: “Quella stessa inclinazione a oggettivare i dati soggettivi… rende capace Ruffilli di calarsi nella soggettività degli altri, da poeta che è anche narratore.
“e ti ricordo / quel geranio acceso / su un muro crivellato di mitraglia / forse neanche più la morte /consola i vivi / la morte per amore?” (T.S. Eliot)
Mi è stata necessaria la rilettura de “La gioia e il lutto” soprattutto nell’ultima sua parte dove leggiamo: ”Io credo / qualcosa resterà di noi. La parte / più sottile / e più leggera / volerà via / e troverà la strada / e lì nel fondo cieco / dove la vita / finisce ai nostri occhi / scandita dalla morte / fluisce un grande fiume di energia / (…) nel mare di dolcezza / e scoprirà di colpo / la sua pace assoluta”.
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