Un diario come terapia, un diario per non tacere, per non abbassare sempre la testa. Pagine per disobbedire e denunciare. Suad Amiry scrive per sé stessa, la pubblicazione è fuori dai suoi progetti, l'unico desiderio è quello di raccontare le ripetute invasioni di Ramallah da parte dell'esercito israeliano, tra il 17 novembre 2001 e il 26 settembre 2002 e poi, a ritroso, fino al 1981 per ricostruire la storia della propria vita. Perché il mondo fa finta di non accorgersi della progressiva cancellazione della Palestina e invece serve conoscere e capire. Non si può fingere di non sapere che c'è un popolo che vive sotto occupazione da decenni e a cui sono negati i più elementari diritti.
“Ascolta: io Davide, messia, re d'Israele, la notte scorsa ho fatto un sogno. Ho sognato che volavo sopra i monti della Giudea, luminosa trasparenza. Non che mi fossi trasformato in angelo o in aquila: restavo l'uomo che sono. Ma un vigore incomparabile mi circolava di nuovo nelle membra, sicché con l'agitare le braccia mi tenevo sospeso sulle gialle solitudini. Le rotondità del paesaggio, col bizzarro fatto di concepirle soffici quando nessuno più di me ne conosce la durezza, m'introducevano nel corpo una frenesia di piacere. Potente di rifiorita potenza, sentivo crescermi tra le cosce la capacità, e l'indicibile godimento, di fecondare la terra” (Incipit di “Davide”).
Da autunno ad autunno in un pigro e goffo riappropriarsi di sé, in un progressivo distacco dalla morte per sopravviverle e sopravviversi. Yehoshua racconta di un borghese piccolo piccolo e ne tratteggia la quotidianità nelle infinite, minuscole azioni di rinascita dopo i sette lunghi anni fagocitati dal cancro al seno di una moglie, che era stata il suo dolce tiranno ben prima della malattia. Una donna severa, il cui sguardo impietoso crocifiggeva il mondo tutt'intorno, non risparmiando critiche. Una donna che finisce per diventare corpo mutilato innalzato sull'altare di quel letto ospedaliero, piazzato al centro della loro stanza matrimoniale.
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