Che la politica non fosse rose e fiori, che fosse il luogo principe di compromessi, mediazioni e piccoli grandi ricatti; che in un grande partito convivano diverse anime e diversi interessi, che la concorrenza interna ad esso sia spietata, dal vertice alla base, non ce lo doveva certo spiegare George Clooney, che al suo quarto lungometraggio dietro la macchina da presa sceglie un thriller politico dal taglio esplicitamente morale per convincere il pubblico e i membri dell’Academy che si possono fare film che coniugano impegno civile e intrattenimento.
Da tagliatore di teste per le grandi multinazionali a killer il passaggio è stato breve per il divo hollywoodiano più retrò dell’attuale panorama cinematografico. George Clooney, dopo il successo ottenuto con lo sfaccettato protagonista di Up in the air (2009), torna nelle sale incarnando un personaggio ancora più enigmatico e ricco di impercettibili sfumature, interpretando un killer americano rifugiatosi in un paesino dell’Abruzzo per sfuggire a sconosciuti sicari svedesi che lo vorrebbero eliminare. Questa è la premessa, in pieno stile action-thriller, con cui ci si presenta The American, terzo lungometraggio del talentuoso regista e fotografo olandese Anton Corbijn.
Valigie leggere, il più leggere possibile, dopo aver bruciato il passato per riaggiornare un presente che guardi a un futuro più lieve, senza vincoli strutturali e aperto alla spensieratezza e alla possibilità. È un inganno, palese quanto occultato prima di tutto a sé stesso che ai tanti volti tutti uguali a cui indorare la pillola di un infausto evento: il licenziamento. Questo il ruolo – l’unico, ancorché redditizio – che ricopre nella vita l’affascinante Ryan Bingham, un moderno “tagliatore di teste” che passa le giornate in volo, che vive senza legami e che trascorre in una casa dall’arredo quanto mai essenziale non più di 45 giorni l’anno.
DURA LEX, SEX LEX.
Commedia leggerina e gustosetta, non all’altezza del talento e della fama dei fratelli Coen: dimenticate il glorioso dude Lebowski, la farsesca e postmoderna Odissea di “O Brother, Where Art Thou?” e preparatevi a un’operetta sarcastica ma non satirica, intelligente ma mai sottile, gradevole ma mai intrigante.
L’esordio di George Clooney alla regia non è memorabile: il film è fondamentalmente confusionario e disordinato, mal strutturato e non uniforme. L’argomento, del resto, non si prestava a una traduzione facile e lineare: il film si basa sulla “autobiografia non autorizzata” del produttore televisivo Chuck Barris, ex autore di canzoni pop e ideatore di format televisivi. Barris ha raccontato, nel suo libro, strani e contorti eventi della sua vita, di dubbia attendibilità: ha sostenuto d’aver colmato i periodi vuoti e le crisi di creatività con non infrequenti missioni per conto della Cia, nel corso delle quali si è scoperto prezzolato sicario.
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