"Avevano spento anche la luna" è il romanzo d'esordio di Ruta Sepetys. La scrittrice è nata negli Stati Uniti ma ha origini lituane. Come capita a molti autori, di recente, anche la Sepetys deve aver deciso, un bel giorno, di mettersi a scavare nel passato della sua famiglia, probabilmente alla ricerca di quelle radici che, prima o poi, chiunque vuole recuperare e comprendere.
Un libro che sia un buon libro, a mio avviso, deve contenere una storia interessante ma deve anche essere stato scritto in maniera brillante, densa e seducente. Ecco, "Veleni di Dio, medicine del diavolo" è proprio così. Attrae ed affascina come tutti i buoni libri.
Di Mia Couto non avevo mai sentito parlare. Scopro che si tratta di uno dei migliori scrittori contemporanei in lingua portoghese. E' nato in Mozambico, una ex colonia africana del Portogallo, ed è per questo che, probabilmente, nel suo libro ha sapientemente iniettato un po' d'Europa e un po' di Africa attraverso frasi fulminee e scarne che tratteggiano figure ammalianti, frammentate di ironia, tragedia, magia ed inganno.
Non mi sorprenderebbe affatto che, tra qualche tempo, "Il gusto proibito dello zenzero" divenisse un film. Una di quelle pellicole hollywoodiane da lancio planetario capaci di smuovere e spingere commosse platee di lettori ad entrare in una sala cinematografica per controllare che le immagini girate somiglino almeno un po' a quelle che loro hanno immaginato leggendo il libro. Oppure a smuovere e spingere gruppetti di non-lettori a comprare il romanzo per controllare se la storia scritta somigli almeno un po' alle sequenze viste sul grande schermo.
Amado mi diverte moltissimo perché è leggero, brillante, coinvolgente ed irresistibile. Le sue storie sono vitali, colorate, piene zeppe di personaggi esuberanti e caratteristici ai quali, dopo poche pagine, non ci si può non affezionare. Leggere Amado presuppone una elasticità di vedute e un'interpretazione della morale un po' più scanzonata e disinvolta del solito, soprattutto in merito alle figure femminili. Molte donne potrebbero risentirsi per i toni frivoli e spesso vagamente sfacciati che lo scrittore brasiliano utilizza per descrivere il gentil sesso.
Ventisette prose, tra racconti ed esercizi di stile, a firma Giani Stuparich, originariamente apparse per Garzanti nel 1942 e quindi, per la seconda e sin qua ultima volta, sempre per Garzanti ma nel dopoguerra, nel 1950. Ventisette racconti, prometteva il vecchio segnalibro Garzanti, superstite tra le mie mani nel 2011, in cui è facile scoprire “come un senso di pace, un'inimitabile armonia che par fatta di silenzi, un amore profondo – si potrebbe dire reverente, grato – alla natura, quasi una nostalgia di solitudini, di contemplazione”.
Una piccola autobiografia sentimentale, in otto movimenti, pubblicata a quarant'anni da un artista che molte vite aveva già vissuto: una raccolta di racconti ondivaga, perché irregolare e imperfetta, e nient'affatto uniforme nell'ispirazione, e negli esiti: spiazzante e veramente seducente nelle prime battute, quelle dedicate all'infanzia e all'adolescenza, e al limite alla prima giovinezza; e poi, man mano, nebbiosetta e manierista, irrisolta e incredibilmente piccolo borghese: debole, e fioca. “Donne nella vita di Stefano Premuda” è una raccolta di otto racconti dello scrittore giuliano Giani Stuparich, originariamente apparsa per Treves nel 1932, quindi per Garzanti nel 1949 e infine per Sellerio, nel 1983.
“Non c'è volta nei nostri colloqui ch'io non mi senta più indegno e nel tempo stesso io non trovi in me una nuova forza e speranza di far la mia vita migliore. Perché s'io possa un giorno per l'ultima volta chinare il capo tra le mie figliole e queste con dolore tranquillo mi congedassero: padre, tu ci lasci pur una vita da vivere senza disperare – oh, io avrei portato alla felicità la mia fatica e ritrovato Dio, per te, fratello” [Stuparich, “Colloqui con mio fratello”, p. 97].
Un libro inusuale, anche se materia e stile possono ricondurre ad una sorta di neorealismo appena ‘fuori’ dall’accademia. Inusuale nella sua costruzione rarefatta, in principio quasi ‘fiabesca’, nell’impegno a collocarlo in una dimensione più vicino al nostro sentire. Perché Sàito, pur raccontando di guerra, di resistenza e partigianeria è lungi dal mitizzare quest’ultima e la sua innocenza.
Scrive il poeta a fine libro: Questa silloge di racconti e foglietti sparsi, che da tempo giacevano in un angolo di casa mia, i pochi amici richiedevano con amorevole sollecitudine alla mia pigrizia, vincendo infine le ritrosie a pubblicare ed anche semplicemente a ripercorrere volti e momenti di una vita che mi apparteneva. Poi mi son detto che, se non altro, queste pagine attestano un rapporto febbrile con la realtà e con il mio lavoro di poeta e le ho sistemate, non secondo un ordine cronologico, poco rilevante, ma una progressiva chiarificazione; per il lettore ovviamente e non per me.
Al premio Strega del 1964 L’ombra delle colline e al breve ma intensissimo La suora giovane abbiamo preferito, tra la consistente produzione di Arpino, Un delitto d’onore. Essenzialmente per due motivi: il primo riguarda la tematica del romanzo, appunto il delitto d’onore che, eliminato dalla nostra giurisprudenza solo nell’agosto del 1981, quando già la legge sul divorzio e quello sull’aborto erano capisaldi della storia sociale del nostro paese, torna prepotentemente tra le righe di questa sofferta vicenda non disgiunta, ovvio ma non scontato, da una rappresentazione quasi feudale del ruolo della donna.
Di storico c’è l’impianto: e permettetemi la battuta, quello sportivo e quello linguistico. Sportivo perché il giovine Sermonti (neppur tanto, trentasettenne nel 1966, anno di uscita del libro) ambienta la vicenda nella Roma olimpica del ’60 e di conseguenza nelle strutture atte alle imprese degli atleti.
Nessun testo è stato mai così necessario per la comprensione di un romanzo quanto “L’addio a Gonzague” di Pierre Drieu La Rochelle: senza queste poche pagine, probabilmente, “Fuoco Fatuo” non sarebbe affatto una lettura trasparente. Ovvio che, nonostante alcuni chiarimenti, i dubbi, le perplessità restano, ma appare tutto sotto un’altra luce, più vera forse... Sì, perché Alain sembra quasi essere un uomo inesistente, un uomo privo di valenze, perché uomo già morto, uomo che si lascia scorrere addosso una vana esistenza: un uomo da nulla, insomma.
Commenti recenti
25 min 12 sec fa
31 min 19 sec fa
35 min 20 sec fa
1 ora 7 min fa
1 ora 58 min fa
2 ore 52 min fa
3 ore 18 min fa
3 ore 19 min fa
4 ore 5 min fa
4 ore 45 min fa