Variazioni sulla solitudine: efficacissimo il titolo della Prefazione firmata da Giampiero Bellingeri.
"Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti, come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità, dalla bestialità corrotto (….) vorrò dipartirmi un giorno dalle sfiancate sèggiole dove m’ha collocato la sapienza e la virtù dei sapienti e de i virtuosi , e, andando verso l’orrida solitudine mia, levarò in lode di quelli quel canto, che, se ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno”. Così s’apre Tendo al mio fine, prosa d’arte al principio del Castello di Udine apparso a puntate su Solaria e raccolto per la prima volta nel 1934, secondo volume pubblicato dal Gadda.
Silvio Perrella è il curatore d'eccezione di questa scelta di quarantatre scritti saggistici di Goffredo Parise, pubblicata da Adelphi nel 2005. Criterio principe, al di là dell'ordine cronologico (1957-1986, eccetto l'ultimo articolo), è questo: “Ho tenuto al centro la letteratura, con qualche puntata verso la musica e l'arte figurativa. Mi ha guidato il saggio che conclude il volume e che gli dà il titolo. Si tratta del discorso che Parise tenne a Padova nel 1986, l'anno della sua morte, in occasione del conferimento della laurea ad honorem. È come se fosse il suo testamento culturale” (p. 227). Sì, ha quel respiro. Ma è tutto questo libro che ha quel respiro, forse inconsciamente.
L’aveva detto Gadda, in polemica coi neorealisti, che i fatti non bastavano per fare grande letteratura. E in un contesto frastornato, come quello del secondo dopoguerra, ma ricco di stimoli e ‘visioni’, come disse qualcuno, ‘persero’ gli scrittori di documenti, cioè coloro che basavano i loro romanzi solo sull’aspetto visivo della realtà. Vinsero quelli che, con buoni occhi per vedere ed interpretare la realtà, fecero anche bella narrativa: Moravia, Brancati, Rea, Fenoglio, Calvino, Montale, Pasolini, D’Arrigo. E in un quadro del genere, coi mostri sacri della nostra scrittura, mi son sempre chiesto che posto possa avere Ugo Facco De Lagarda.
“Il corpo disteso di mia madre galleggia di nuovo sopra la mia testa, nello studio. Non ha più il letto che lo sosteneva. È avvolto da un lenzuolo bianco, di cui un pizzo scende da un lato. Sembra fasciata come una mummia bambina” (pag.61).
Uno scrittore che torna all’origine, nella terra–madre che lo ha visto nascere, crescere nella curiosità dell’infanzia, tra le macerie del terremoto, tra le miserie della guerra, diventare ragazzo sradicato dalla certezza primordiale e poi uomo, in una città piena di luci, di colori, di vita frenetica, assente, borghese.
L’Aleph di Gianfranco Franchi
“But they will teach us that Eternity is the Standing still of the Present Time”
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