Un giorno Everett aveva una terribile emicrania e avrebbe desiderato tagliarsi via la testa dal collo. Ovviamente ha dovuto ricorrere a metodi meno cruenti, ma sembra che il Frankenstein del suo “Deserto americano” sia venuto fuori proprio da lì. Da quella voglia inappagata di ghigliottinarsi che pare abbia trovato trasposizione nella vicenda di Theodore Street.
Prima di parlare del libro – che analizzo nel contesto della mia analisi dell’opera omnia di Gordiano Lupi, da autore e da traduttore – c’è da raccontare una storia interessante e niente affatto marginale, a mio avviso. Nel web ci sono cascati un po’ tutti – recensori inclusi – e nessuno sembra aver fatto indagini di nessun genere: io mi sono preoccupato di verificare i dati biografici dell’autore… e ho scoperto che Daniel Ciberio non esiste.
“La vita e la morte mi sembravano barriere ideali che dovevo prima infrangere per riversare un torrente di luce sul nostro mondo immerso nelle tenebre. Una nuova specie mi avrebbe benedetto come suo creatore e sua origine; molti esseri perfetti e felici avrebbero dovuto a me la loro esistenza. Nessun padre avrebbe potuto pretendere gratitudine così totale dal proprio figlio come quella che avrei meritato da loro”.
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