Torniamo a Fitzgerald quando ci accorgiamo che quel che aveva scritto novant'anni fa rimane vivo e vero, non soltanto pieno di stile e sentimento. Torniamo a Fitzgerald quando ci riconosciamo nella società che rappresenta, ferita da una profonda crisi economica e sconquassata da una sconcertante crisi di ideali e di principi. E torniamo a Fitzgerald per ricordarci che è possibile cadere e decadere con stile. Questa è la sua grande lezione. È in libreria da pochi giorni una piccola, intelligente e complementare antologia dei suoi scritti: Vivere con 36.000 dollari all'anno (Mattioli, euro 10, pagine 92) include quattro articoli scelti e tradotti da Cecilia Mutti.
C’era una volta. C’erano, anzi, una volta, lui e lei. Ma da quella volta poi. Più che un duo divennero un lento inesorabile e reciproco assolo. Reciproco dicevo, peraltro, ma senza un accordo, musicalmente parlando, erano una perpetua dissonanza. E lui si chiama Dick Diver, ex apprezzato e promettentissimo psichiatra che ora grazie allo smisurato denaro della facoltosa moglie Nicole, ozia e giogioneggia in dimore estatiche e riservate sulla Costa Azzurra francese.
Chissà quanti di noi nella vita sono stati almeno una volta come Giovanni Maimeri, l'io narrante di queste scorrevoli ma puntigliose e veloci pagine tutt'altro che superficiali come lui, ma anzi, dotate di un intimo spessore. Perché alla fine, tra le righe di questo romanzo, vien fuori anche questa domanda, fra le altre.
Gatsby credeva nella luce verde.
È questa, fratello, la fine del sogno?
Quanto manca, ancora, alla fine del sogno?
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