"Esistono molti modi di scrivere diari come questo. Comincio a diffidare delle descrizioni, e anche di quegli adattamenti spiritosi che trasformano l'avventura di un giorno in narrazione; mi piacerebbe scrivere non soltanto con l'occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze".
Classe 1967, Roberto Baggio da Caldogno era uno che giocava con un'eleganza e una fantasia che sembravano semplicemente rinascimentali. Era nato per Firenze. Il destino era stato didascalico: dove poteva finire per giocare, quel ragazzo che aveva bellezza e grazia nel sangue, se non nella città di Dante? Ma l'Italia degli anni Ottanta e Novanta non conosceva saggezza, e forse non aveva voglia di ospitare leggende. E fu così che Baggio finì per diventare juventino, milanista, bolognese, interista, bresciano; tutto fuorché fiorentino, tutto fuorché artista fedele a una e una musa soltanto.
“Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda”. La citazione di Horacio Verbitsky è probabilmente una di quelle che meglio potevano funzionare come premessa a “Toghe verdi”.
Chi voglia scrivere di “Tav sotto Firenze” potrà trovarsi nell’incertezza se definire il libro un saggio di resistenza civile - una versione cartacea di Report tanto per intenderci – oppure una sostanziosa opera scientifica, nobilitata una folta schiera di accademici ed esperti nel ramo urbanistica ed ingegneria.
Personaggi precari, improbabili, quotidiani; sconnessi, evanescenti e atipici, irregolari e fiacchi; disintegrati, dissociati e non sempre di malavoglia – in pieno stile Vanni Santoni.
Non so proprio come si possa definire l’attitudine così tanto frequente di credere a qualcosa senza capirne le ragioni, ovvero essere d’accordo, magari con una politica, senza rispondere ad una sola domanda: perché?
Non lo so e non credo sia essenziale adesso trovare le parole adatte, non fosse altro che si rischierebbe di risultare ingenerosi nei confronti di tante persone in buona fede che, credendo di informarsi, sono semplicemente vittime di un “pregiudizio di razionalità”.
"Ottone Rosai non è un uomo, ma una rappresentazione, un simbolo. Fiorentino, a Firenze non è nato mai, perché c'è sempre stato. Se ai nostri tempi a Firenze non ci fosse un Rosai bisognerebbe inventarlo", scriveva Soffici. Rivelando l'essenza d'un artista notturno, e teppista: "La notte, per un teppista come lui, è il tempo più propizio all'attacco e allo sfruttamento della poesia. Teppista, Rosai s'è battezzato da sé dopo la guerra (...) ma è un teppista ideale. Creatore di valori spirituali egli stesso, rispetta i valori dello Spirito". 2010.
Il Malaparte di “Maledetti toscani” è il papà di Bianciardi. Ostile agli italiani per orgoglio territoriale, maestro delle differenze minime tra una polis toscana e l'altra, capace di reminiscenze letterarie ricche e folgoranti (da Machiavelli a Lorenzo de' Medici, da Dante a Boccaccio, da Sacchetti a Collodi), è il campione della toscanità e dei suoi significati profondi e molteplici. Leggere questo intelligente, prepotente e guascone pamphlet da non toscani significa leggere letteratura curda tradotta con buona dignità e discreta fedeltà: è stato il mio caso, e mi spiace non aver potuto apprezzare parecchie sfumature.
“Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria. Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può” (PIOVENE, “Viaggio in Italia”, 1953-1956. In “Bergamo”, p. 159 edizione Baldini Dalai, Milano 2003)
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In occasione del primo centenario della nascita di Giorgio La Pira, Pier Francesco Listri, già curatore di un programma sul “Servo di Dio” per il terzo programma di Radio Rai, ha pensato bene di mettere nero su bianco questa sua inchiesta radiofonica.
Il risultato, come i lettori potranno cogliere da subito, non è una biografia ordinaria e particolarmente ordinata; soltanto alla fine del breve volume (poco più di 130 pagine) possiamo trovare appunto alcune pagine che sintetizzano cronologicamente la vita di La Pira, la Bibliografia (opere di e su La Pira), gli “intervenuti nell’inchiesta”.
In quanto “inchiesta” i brevi capitoli non seguono uno stretto ordine cronologico: “La Sicilia, Firenze, il mappamondo”, “la fede
Nasce un amore nel deserto della Libia tra un tenente medico e una crocerossina di nobile famiglia. É una storia casta e pulita, col sapore del tempo antico, fatta di sguardi, piccole intimità, baci quasi rubati, perché nessuno deve sapere, proibito dai regolamenti che le crocerossine familiarizzino così con i militari. Sono gli anni della seconda guerra mondiale, in Italia domina il fascismo con la sua retorica e i suoi miti, nell’ospedale da campo 129, nel Gebel, è arrivato il tenente medico Alfredo: viene dal fronte, lì dove la guerra si fa sentire davvero, ha ancora l’animo pieno di quei ricordi.
“Dieci leghe si percorrono in fretta, anche su un treno italiano” (Gautier, 1850)
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