Personalmente le definisco le “donne-maschio”. Si tratta di donne piuttosto intraprendenti, sciolte e persino sboccate che, sempre secondo il mio modesto avvisto, sono involute fino a divenire qualcosa di prossimo al maschio. Ora: immaginate un gruppetto di donne pressappoco trentenni di tal fatta, italiane a Parigi. Immaginate che si ritrovino in assemblea plenaria a casa di una di loro a mangiare pasta alla siciliana con melanzane e peperoni. Immaginate che tutto il libro non sia altro che la cronaca di una chiacchierata tra le suddette ed immaginate che le suddette non facciano altro che raccontarsi con quanti e quali uomini siano state nelle ultime settimane, o negli ultimi mesi, della loro vita.
Il re dei camosci e il suo cacciatore. Antagonisti e, per questo, intimamente legati. Avvicinati dalla stanchezza dell’età. Il bracconiere che ruba “sotto gli occhi del padrone di tutto” e il camoscio cresciuto da solo “senza freno e compagnia”. Due creature accumunate dalla diversità e dalla solitudine costruita per indole e per prendersi riparo dal resto.
L’animale è re e patriarca, ha conquistato la sua supremazia in duelli mortali, non risparmiando cornate micidiali agli avversari di stazza inferiore e di peggior talento. L’uomo discende da una vita tra gli uomini, approdato al bracconaggio “dopo la gioventù passata in città tra i rivoluzionari, fino alla sbando”.
Esordio letterario di Ugo Mattone, alias Ugo Pirro (1920-2008), scrittore e sceneggiatore cinematografico, padre di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e di “La classe operaia va in Paradiso”, “Le soldatesse” (Feltrinelli, 1956; Bompiani, 1962; Sellerio, 2000) è un romanzo nato dalla sua esperienza di soldato al fronte, in Grecia. È una delle testimonianze letterarie più intense, crude e toccanti relative alla nostra scellerata occupazione d'una nazione libera, povera e culturalmente gemella, sin dagli albori della civiltà.
Nel panorama letterario giapponese Inoue Yasushi è scrittore defilato rispetto ai nomi più noti di ieri e di oggi. Eppure lui, che si dedicò principalmente a tematiche storiche, è un cantore raffinato delle ombre. Yasushi, a causa del lavoro del padre medico, cresce con la nonna nei luoghi verdeggianti della penisola di Izu, in un ambiente in cui la natura rappresenta la sua forza e la sua consolazione.
Sì, esiste qualcosa di diverso dalla narrativa di genere: nella nuova ondata di letteratura italiana si riconoscono tutta una serie di formidabili, giovani identità autoriali caratterizzate da un aspetto principe; questo aspetto è l'incompatibilità. Incompatibilità rispetto alle ideologie passate e presenti, incompatibilità rispetto ai manifesti e ai dogmi, incompatibilità rispetto – spesso – alla tradizione letteraria nazionale, quasi mai accettata come punto di riferimento primo e incontrovertibile; sembrano più inglesi o americani, per stile, reminiscenze e dignità autoriale.
Non è una lettura facile, “La banalità del male”. Pretende concentrazione, lucidità, accortezza. La Arendt è minuziosa e solerte: elenca nomi, ricorda dettagli, spiega retroscena, introduce date e fatti innestandoli con maestria in quello che vuole essere un resoconto (anche se è molto di più) del processo a cui, nel 1961, fu sottoposto Otto Adolf Eichmann. Il libro è stato pubblicato nel 1963 assemblando i reportage che Hannah Arendt aveva redatto, seguendo il processo, come inviata del New Yorker a Gerusalemme.
Provocatorio, coprolalico, torrenziale e satirico, sconnesso e prepotente, Hanno tutti ragione (Feltrinelli, 320 pp., euro 18) è l'esordio letterario del regista Paolo Sorrentino, partenopeo classe 1970, padre del divertissement anti-andreottiano e tarantiniano Il Divo e dell'elegiaco Le conseguenze dell'amore. Penalizzato
“Padre padrone” [1975] è un libro destinato a restare nella storia della nostra letteratura italiana; non soltanto per la freschezza espressiva e per la sua straordinaria vivacità linguistica, e non soltanto per la credibile e dolorosa rappresentazione delle difficoltà esistenziali e delle contraddizioni culturali dei pastori sardi. È destinato a restare perchè riesce a interpretare con intelligenza, dignità e personalità il rifiuto del passaggio di consegne da padre a figlio; perché quando certe consegne sono sbagliate, a esse si deve disobbedire. Non c'è sangue e non c'è orgoglio per la tradizione che tenga.
Se ogni libro pubblicato potesse abbinarsi a un corrispettivo musicale, “Le mani sull’amore” di Sandro Lombardi sceglierebbe senz’altro per sé “La stagione dell’amore” di Franco Battiato, e non soltanto per la formula sintagmatica (sostantivo-preposizione articolata, che introduce il medesimo genitivo), ma principalmente per il contenuto che è, in compendio, la storia del romanzo e – perché no? – per una neanche tanto vaga somiglianza fisionomica tra il dinoccolato Lombardi e Mango che, del testo di Battiato, ha cantato una versione in coppia con lo stesso cantautore.
“Morire sarà una grande meravigliosa avventura”, scriveva Barrie in “Peter Pan”; forse perché, come cantava un poeta romano, giovanissimo, negli anni Settanta, “Ferirsi non è possibile / morire meno che mai / e poi mai” (“Pezzi di vetro”, 1975).
Ci sono due modi per presentare un libro doloroso e documentato come questo. Primo modo. “Guerre politiche” è l'ultimo frammento di Parise ragazzo, reporter adulto che prende e va a raccontare le guerre, in prima linea. Tornato, smette di sentirsi giovane. Era partito per amore del rischio, per inquietudine, per curiosità. Per informare i lettori della sorte di ragazzini di quindici, sedici anni, mandati al macello in guerra. Ma quando questo volume vede la luce, nel 1976, Parise non ha più voglia di viaggiare. Perché giovinezza è anche resistenza della mente e del cuore di fronte ai grandi dolori dell'umanità (p. 15). E non è una resistenza infinita.
Seducente rappresaglia all'oltranzismo xenofilo, la collana Novecento Italiano (ISBN Edizioni, Milano) diretta dal professor Guido Davico Bonino, si propone di restituire alla loro sacrosanta centralità opere letterarie del secolo scorso, dimenticate o trascurate dagli editori e dalle ultime generazioni di lettori e scrittori italiani.
Esordio di Renzo Rosso, “L'adescamento”
(Feltrinelli, 1959) è una raccolta di tre racconti scritta con eleganza, profondità e personalità; premiata con diverse traduzioni all'estero (Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Russia), e salutata da Carlo Emilio Gadda con parole come queste: “Breve viaggio nel cuore della Germania è un racconto molto fine, molto intelligente: e ben costruito (…). Il tono linguistico, serio e senza orpelli ma non monotono”.
Cinque racconti di Oreste Del Buono, pieni di sentimento, vitalità e intelligenza, espressione d'una sensibilità letteraria capace di dialoghi di grande credibilità e di monologhi interiori di vero fascino; cinque racconti d'amori perduti, spezzati, incompresi, interrotti, clandestini per gioco, comunque mai adulti. Cinque racconti ragazzini, d'un narratore adulto che sembra sospeso nell'antica linea d'ombra, e non sembra aver voglia di oltrepassarla mai.
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