“Non ho trovato Dio nel sistema di Proxima. Ma ho trovato qualcosa di meglio.” Con un bastone pungolò il gluck; quello ritirò le sue ciglia con riluttanza, e si contorse finché non si fu staccato da Leo; piombò a terra e se ne andò, mentre Eldritch continuava a pungolarlo. “Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterlo in commercio.” (pag. 111)
Leggendo “La città sostituita” romanzo di Philp K. Dick, già uscito nel 1963 per la Collana Urania e restituito alla comunità dei lettori dalla Fanucci con la traduzione di Tommaso Pincio, non ho potuto fare a meno di ricordare la pellicola del 1998 di Alex Proyas, “Dark city”, un film oscuro del regista de “Il corvo” dove si narrava le vicende di un uomo in una città che ogni notte cambiava volto perché anche in questo romanzo, c’è un paese che ha cambiato volto, sostituito completamente, persino gli abitanti sono stati sostituiti.
Col trascorrere degli anni diventa sempre più difficile districarsi nella sterminata produzione dello scrittore statunitense (texano) Joe R.
James Graham Ballard sta alla fantascienza letteraria come David Cronenberg al cinema horror. Trattasi, in entrambi i casi, di etichette di comodo, appartenenze da circostanziare la cui validità è limitata alla prima parte delle loro carriere. Chi ama il Cronenberg di Crimes of the Future (1970) conosce bene l’effetto del “disturbante sottopelle” a prescindere da qualsiasi resa grafica. Analogamente, le esplosioni di violenza di A History of Violence (2005) o Eastern Promises (2007) frustano lo spettatore come la maitresse di Videodrome (1983): per svegliarlo, non certo per dargli il panem et circenses dei generi di serie B avente l’obiettivo di sfruttare la scopofilia del pubblico senza davvero metterlo in gioco.
“Un tempo visse un uomo di nome Martin Dressler; era figlio di un bottegaio e dal fondo delle sue origini modeste seppe scalare la vetta di una fortuna da sogno. Ciò accadeva verso la fine del secolo diciannovesimo, quando a ogni angolo di strada, in America, poteva capitare di imbattersi in comuni cittadini destinati a brevettare un nuovo tipo di tappo per bottiglia o un modello di lattina, a lanciare una catena di bazar, a vendere ascensori più efficienti e veloci o ad aprire l’ennesimo strabiliante magazzino dalle immense vetrine realizzabili grazie ai risultati ottenuti nella produzione di pannelli in vetro. Sebbene figlio di un bottegaio, anche Martin Dressler aveva in cuore un sogno e a lungo andare la fortuna gli concesse ciò che a
"Cosa dire del quinto giorno? Il quinto giorno Jack Kerouac ebbe un'illuminazione. gli tornò in mente di quando, all'età di sei anni, trascorreva pomeriggi interi a giocare a tennis contro il muro di casa. Una volta la palla fece un rimbalzo imprevisto e schizzò via. Invece di rincorrerla per evitare che si perdesse nei cespugli, la lasciò andare. Immaginò di essere quella palla abbandonata a se stessa e rotolò mentalmente con lei finché quella non scomparve dalla vista. Allora rimase immobile con la racchetta in mano e un'espressione di sbigottimento sul volto, insolita a dire il vero per un bambino della sua età. Semplificando avresti detto che si era imbambolato per un attimo, ma in effetti si era smarrito.
"Dev'essere il suo profumo, pensa Laura. Quel vago retrodore di acido fenico. L'afrodisiaco delle nazioni industrializzate. Ospedali dappertutto, e sempre lo stesso aroma. Possibile che ogni cosa connessa alla medicina abbia lo stesso odore? Vitamine, cerotti, antibiotici, arti artificiali. Ostetriche e ginecologi. L'odore di ciò che è stato accuratamente disinfettato, che dà alla testa. Antimorte n.5: per la donna libera. L'odore di quest'edificio, dei carrelli delle infermiere, degli sgabuzzini, la riporta indietro alla sua ultima degenza. Il parto di Tim. L'ospedale a Peoria. Identico a questo. Come a tutti gli altri. Tim, così prematuro, piccolo, paonazzo. Morto quasi prima di nascere, se non fosse stato per i macchinari.
Terzo romanzo della saga di Nic Costa, detective nato dalla fantasia di David Hewson (Yorkshire, 1953), giornalista e scrittore inglese, “Il rituale sacro” racconta nuovamente un'indagine ambientata a Roma (proprio come nei primi due episodi, “Il sangue dei martiri” e “La villa dei misteri”). Nic C
“Io e Leonard avevamo delle giacche a vento. La mia era azzurra, quella di Leonard beige. Ci eravamo messi d'accordo per non indossare gli stessi colori. È difficile sembrare dei veri duri, se si va in giro abbigliati in tinta”
I romanzi Joe R. Lansdale hanno una caratteristica innegabile: si leggono tutti d’un fiato. E poi i protagonisti risultano quasi sempre simpatici, o per lo meno si instaura tra loro e il lettore immediatamente una empatia.
È il caso di questo romanzo lungo, Echi perduti, un thriller che racconta la storia di Harry, un ragazzo che – in seguito ad un problema ad un orecchio – acquista il potere straordinario e terrificante di sentire il dolore, la sofferenza e le morti avvenute nei luoghi che si trova a percorrere, negli oggetti che tocca quotidianamente.
Una delle qualità che più colpisce in Joe R. Lansdale è la capacità, con la sua scrittura, di tenere il lettore letteralmente attaccato alle pagine, per farlo sprofondare in un vortice pericoloso di violenza e delirio.
Nel libro “Il lato oscuro dell’anima”, l’autore non lascia spazio a particolari descrizioni, per mettere in piedi un horror/thriller duro, folle e ricco d’azione.
"Solo la nostra memoria fa sì che certa gente sia esistita. Che siano stati importanti o no. Nessuno parla più della vecchia Maggie. Non so di nessuno che la ricordi all'infuori di me. Che ricordi le cose che cucinava, cose di cui, se mi concentro un po', sento ancora il sapore. Che ricordi le sue storie, strane e meravigliose, raccontate senza esitazioni. Forse però sono presuntuoso. Lei ha una famiglia da qualche parte. Potrebbero essere vivi. Vecchi come me o forse anche di più. Loro potrebbero ricordare. Ma non possono avere i miei stessi ricordi. Maggie. Che ora non c'è più. Uccisa” (p. 239).
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