Con Agota Kristof scompare una delle voci più interessanti e problematiche della letteratura europea. Scrittrice ungherese fuggita in Svizzera, nei suoi libri con parole lucide e spietate racconterà attraverso l’esperienza dell’esilio il dolore e il male che aggrediscono il pianeta. La sua lingua turba il lettore, le sue piccole verità inchiodano la coscienza alle proprie responsabilità.
Il Dagerman viaggiatore è schivo e solitario, cerca di superare i limiti di un’Europa irrigidita nella reprimente atmosfera del dopoguerra senza trovare un varco per se stesso né per le sue idee. Ma il naufragio del giovane scrittore svedese, nel quale è riflessa l’impressionante deriva di un’intera generazione amputata dalla guerra, non ha a che fare con il disincanto politico, almeno non solo con questo. Si tratta piuttosto in lui di uno scollamento dall’ideale, e dunque dal percorso artistico che ne è originato, il cui repentino affiorare tocca nodi irrisolti della sua personalità, come del resto ammette in alcune prose appartenenti all’ultimo periodo di attività e pubblicate postume.
Nell'immaginario collettivo, alla voce “carcere turco” corrisponde nove volte su dieci quella sorta di moderno inferno dantesco mostrato dall'angosciante Fuga di Mezzanotte, (Alan Parker, 1978); a poco sono servite le recenti scuse dello sceneggiatore1, tale Oliver Stone, che ha ammesso di aver posto in cattiva luce l'intero paese; nell'immaginario collettivo, a quella voce, rimangono associate quelle immagini.
Carbonetti, già direttore del “Corriere Istriano”, quotidiano di Pola, fu uomo di grande cultura e passione dalmatica; ex allievo del Ginnasio Reale di Sebenico, esule in Italia, fu patriota instancabile e orgoglioso. Suo padre era marchigiano, sua madre una Jovanovich. Classe 1905, veniva da quella “fascia di terra meravigliosa” che va dal Quarnero di Fiume, a Nord, sino alla foce della Boiana, a Sud, confine con l'Albania: da Sebenico, madre del genio di Niccolò Tommaseo. Là, come a Zara o a Trau o a Spalato, tutta l'architettura grida e sempre griderà, nonostante le macchie di cemento slavocomuniste, Roma e Venezia: griderà: Italia!
L’alchimia delle spezie
“Ho imparato i primi segreti delle spezie nella bottega del nonno sulle rive orientali del Bosforo. Per imparare i segreti della nostra cucina bisogna partire dalle spezie. A volta bisogna usare quelle sbagliate per ottenere l’effetto desiderato. Il cumino è forte ed aggredisce, induce le persone a chiudersi. Lo zenzero è delicato e pungente, spinge a guardarsi negli occhi”
Aveva piovuto quel pomeriggio, uno di quei piovaschi simili all’amore: intensi, repentini e fugaci, che una volta avevano trasformato Lorca in spettatore dell’Avana. La notte aveva la trasparenza, la freschezza e il profumo della notte avanera dopo la pioggia. Suppongo che tutte le notti tropicali siano così, però per me sono rimaste la notte avanera.
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