Yair Moses, settantenne regista cinematografico israeliano, appartenente ad una famiglia laica di Gerusalemme originaria della Germania, viene invitato, quale ospite d’onore, ad una retrospettiva dei suoi film, organizzata da un’insolita associazione di cinefili nella più scenografica ed insolita tra le città spagnole, Santiago de Compostela. Un luogo che non dimentichi, anche se ci sei stato solo una volta.
Non è per niente semplice scrivere una recensione sull’ultimo libro di DFW uscito postumo, incompleto e in parte rimaneggiato per ammissione del suo stesso editor. Provo con difficoltà ad individuare uno o più motori di narrazione all’interno di un testo che si sviluppa su piani tra loro in apparenza distanti, quasi che l’autore ignori a bella posta la necessità per il lettore di avere davanti agli occhi una costruzione letteraria nella quale ad un argomento ne segua un altro che abbia per lo meno un nesso con il precedente. Nulla di tutto questo.
Leggendo "Alla ricerca del piacere" di Richard Mason (Einaudi), si ha la sottile e persistente sensazione di essere sul punto di essere sorpresi da qualcuno, che non dovrebbe vederci né saperci in atti così lubrichi, proprio quando il piacere sta scivolando fuori dalla propria carne. Si ha dunque il tremito eccitante del gioco bilanciato nel proprio animo tra paura ed eccitazione, si vive la passionale ascesa del fisico che spinge, si getta e affonda con ogni suo poro nell’incomprensibile varco del godimento.
“Chi è lei?” E Nadja senza esitare: “Sono l'anima errante” (A.B.)
Con l'espressione “delitto d'onore” si intende un delitto in cui, nove volte su dieci, la vittima è una donna e il carnefice è un uomo membro della medesima famiglia. Figlie, sorelle, persino madri uccise per essere incorse in comportamenti ritenuti socialmente indegni, che “macchiano” l'onore e la rispettabilità di una famiglia. Macchie che si pretende di lavare col sangue, infilandosi in un tunnel in cui si perdono sia il futuro, sia l'onore. A ben vedere il delitto d'onore ha due vittime concrete, l'ucciso e l'uccisore, e un mandante virtualmente astratto, ma socialmente concretissimo: l'onore.
“Storie, storie, storie: per me non esiste altro. Spesso gli scrittori che non riescono a inventare una storia seguono altre strategie, perfino sostituendo lo stile alla narrazione. Invece io sono convinto che la storia sia l’elemento di base della narrativa”.
C’è una sorta di vuoto nella coscienza e nella memoria di noi italiani a proposito della storia della nostra penisola e personalmente me ne sono accorto per il 150° dell’Italia unita, al di là della retorica delle celebrazioni e delle ricorrenze. Sì, abbiamo studiato sui banchi di scuola quei fatti, maestre e insegnanti ci hanno insegnato della fondazione di Roma, di questo e quell’altro, di Garibaldi e dei Savoia, della dittatura e della Prima Guerra Mondiale ma la nostra conoscenza si limita spesso a un condensato di date simile a un bigino composta da poche pagine e sempre più scolorito. Perché questa premessa?
Un giovane storico francese, Laurent Binet, ha scritto uno stupendo libro, a metà strada tra il saggio storico e il romanzo autobiografico. L’opera, uscita in Patria l’anno scorso per le Edizioni Grasset & Fasquel di Parigi, è valsa all’A. il Prix Gouncourt du premier roman 2010. Ora Einaudi lo fa conoscere al pubblico italiano col medesimo titolo originario.
"Accabadora" è uno di quei libri che ritrovi un po' ovunque. Aver vinto il Campiello, però, non è una garanzia a tutti i costi. Per questo sono arrivata alla Murgia con un po' di ritardo e superando certe prevenzioni tutte mie. Ora sono felice di averla letta. Perché "Accabadora" è un bel romanzo. Perché lo ha scritto una giovane donna. Perché questa giovane donna è italiana. Perché rincuora sapere che in un mare di gente che vuole scrivere, c'è anche chi lo sa fare.
La storia non è particolarmente complessa e questo, a mio umile avviso, è uno dei punti di forza del libro.
L’insigne francesista e teorico della letteratura Francesco Orlando ha dato alle stampe il suo unico romanzo a settantasei anni, poco prima di morire improvvisamente. Si tratta di un testo breve, ma intenso e curatissimo, con riferimenti letterari e musicali, che riflettono gli interessi e gli studi dell’autore. È una prosa pura, priva di dialoghi, molto introspettiva e che scende con accuratezza nei sentimenti dei due ragazzi protagonisti pressoché assoluti del romanzo.
Dalla bandella Einaudi, 1962: “I cinque lunghi racconti con cui si presenta al pubblico questo nuovo scrittore, quarantenne, triestino, di professione impiegato, vissuto finora lontano dalla letteratura e dagli ambienti letterari, sono un prodotto poetico quanto mai raro e curioso: perché questo humour grottesco e straziato, che si condensa in figure e situazioni sempre molto concrete e visibili, affiora sul flusso d'un rendiconto psicologico meticoloso, redatto con una sintassi e un lessico quasi da verbale”.
Questa nuova raccolta di poesie di Paolo Ruffilli affronta il tema dell'amore adulto, in modo completo e maturo, fresco e originale. L'artista aveva già toccato il tema dell'amore in “Piccola colazione”, Garzanti 1987, nella sezione dal titolo “Per amore o per forza”. Qui l'autore tratta di un amore giovanile, volto alla ricerca dell'assoluto. “Staremo sempre insieme./E ci diremo tutto.” E ancora: “Dai metti la tua/nella mia mano./Eccola presa nel laccio che la tiene./Giura che mai, per/nessun'altra, la lascerai”.
Lussureggiante, profumato, assolato e pieno di vitalità. E' questo il mondo che ho trovato in "Gabriella garofano e cannella", il mio primo Amado. Un libro ricco di sogni, poesia e passioni.
E' l'anno 1925 e nelle cittadine brasiliane di Ilhéus e di Itabuna (le stesse in cui Amado è nato ed ha trascorso la sua giovinezza) si verificano profondi mutamenti. Il progresso è la chiave di volta. Un circuito di novità e trasformazioni inarrestabili che travolge anche chi si ostina a non volerne nemmeno sentir parlare. Ma i tempi sono maturi, la forza del denaro si sostituisce a quella dei morti ammazzati mentre la tecnologia impone prepotentemente la sua legge non scritta.
Con Agota Kristof scompare una delle voci più interessanti e problematiche della letteratura europea. Scrittrice ungherese fuggita in Svizzera, nei suoi libri con parole lucide e spietate racconterà attraverso l’esperienza dell’esilio il dolore e il male che aggrediscono il pianeta. La sua lingua turba il lettore, le sue piccole verità inchiodano la coscienza alle proprie responsabilità.
Cosa significa convivere con la vergogna? Da dove proviene questo sentimento, cosa lo scatena, cosa può lavarlo via? In questo romanzo il premio Nobel J.M. Coetzee ci descrive una storia di soprusi e violenza in Sudafrica. Il protagonista del libro è il professore universitario David Lurie: cinquantenne, divorziato, ancora piacente, colto, si divide tra i corsi di comunicazione all’università e gli appuntamenti più o meno settimanali con una prostituta.
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