In questo libro Elie Wiesel raccoglie tredici scritti nei quali condensa la sua esperienza e la sua addolorata testimonianza sulla Shoah. Un libro edito per la prima volta nel 1966, poco più di venti anni dopo l'apertura dei cancelli di Auschwitz. Tra i disperati resi finalmente liberi da quell'inferno c'era anche lui, Elie Wiesel, la cui esistenza, da quel momento in poi, ha rappresentato una continua riflessione, la perenne lotta contro il senso di colpa del sopravvissuto, la ricerca infruttuosa di una risposta allo sterminio di milioni di esseri umani, la spiegazione logica, storicamente ed umanamente valida che, come è costretto ad ammettere egli stesso, non esiste.
"Navigo a vista e in questo momento sto pensando di abbandondare il paese. Il paese minuscolo, quello di questa piazza piovosa di sempre, e il Paese maiuscolo, inteso come nazione, barca fallata che fa eternamente acqua da tutte le parti. A cercare di tirarmi via da qui ci sono due tentazioni. Un'offerta lavorativa apparentemente irrinunciabile per una multinazionale globale, che stranamente si è appassionata al mio CV, e una ragazza."
Dopo la pubblicazione in Gran Bretagna nel giugno 2010 (200.000 copie vendute) e negli USA a inizio 2011 (7 edizioni in 8 mesi), esce nel nostro Paese, con Bollati Boringhieri, Un’eredità di avorio e ambra, che può essere definito uno dei casi letterari dell’anno. L’autore, Edmund de Waal - olandese per parte di padre, nato a Nottingham nel 1964, residente nella capitale britannica, dove vive e lavora - critico, storico dell’arte e docente di ceramica presso l’Università di Westminster, è uno dei più famosi ceramisti inglesi. Inoltre è curatore del Victoria & Albert Museum di Londra.
Clara e Ana sono due sedicenni che scoprono di amarsi non semplicemente come due amiche, scoprono di esser fatte l’una per l’altra e traggono reciprocamente piacere dai loro corpi giovani e freschi, all’insegna dell’allegria e della leggerezza.
Si rivela essere un esperimento maldestro quello di gettarsi nel pieno di una storia di animazione costruita sul finire del secolo ormai trascorso. Alla nuova “generazione” non mi lega alcuna tenerezza d’infanzia, neppure attenuati ricordi che possano ingannare e, quindi, deviare la volontà da un giudizio spassionato. Smuovere la sabbia della nuova realtà d’animazione può a volte riservare sorprese di vario genere, piacevoli o meno dipende dai punti di vista e dallo stato d’animo del momento. Non sono nuova ad “esperimenti” di tal genere, ma questa volta c’era una vera e propria sfida da portare a compimento.
Erri De Luca torna alle Sacre Scritture, a quell'Antico Testamento che incanta e atterrisce. Si mette a margine del Libro dei libri e ne dà un'interpretazione propria. Sceglie di raccontare la potenza della parola creatrice che fece il mondo annunciandolo, “Ieì or, sarà luce. In ebraico quattro vocali e una consonante avevano acceso le notti e illuminato il giorno”. Accompagna Mosè sul Sinai, descrive l'incontro con la divinità che si rivela e diventa voce scritta. Gli ebrei fuggiti dall'Egitto “videro la sua parola fare: sopra la roccia e all'interno di ognuno.
Portando sulle spalle un albero genealogico che pesa come un macigno Tatiana Salem Levy, portoghese classe 1979, si addentra nel suo tumultuoso passato. Ed è sorprendente che in un mondo globalizzato, perennemente on-line, una giovane donna riesca a sconvolgere il proprio presente e futuro con gli echi del passato. Il peso della storia di famiglia sembra schiacciare Tatiana. La morte della madre, tragica conclusione di una lunga agonia nella lotta contro un tumore, lascia Tatiana sconvolta, annichilita in un letto che ben presto diventa un tetro sudario.
Nel giorno della memoria si dimentica spesso Emanuele Artom. Forse perché ebreo sì, ma partigiano. Meglio ancora: nella suddivisione a compartimenti del dolore o si appartiene ad una categoria o ad un’altra. Sarebbe ricordata la sua figura, a imperituro ricordo, se fosse stato deportato (rischio a cui andò incontro spesso) e finito in un campo di concentramento. Morì invece, perché sfinito dalla sevizie e dalle violenze a cui fu sottoposto sin dal giorno della sua cattura il 26 marzo del ’44, il sette di aprile dello stesso anno.
“Il folle cabaret del professor Fabrikant” è stato un regalo. Un gran bel regalo, in tutta sincerità. Un libro che arriva dallo stand delle Edizioni Cargo, direttamente dalla Fiera della piccola e media editoria di Roma. Il nome di Yirmi Pinkus mi era del tutto ignoto, d'altro canto siamo di fronte ad un'opera prima e Pinkus, in genere, lavora come disegnatore e come graphic journalist.
"Persecuzione" è una rete di filo spinato che cade addosso al lettore e che non riesce ad essere scrollata via. Anzi, più si tenta di districarsi da questa trappola letteraria e più il filo spinato stringe, ferisce, apre la carne.
Angelo Fortunato Formiggini, brillante e pionieristico editore e letterato modenese, si suicidò nel 1938. Si suicidò non perché fosse disperato, non perché fosse ammalato, non perché fosse solo. Si suicidò perché era ebreo, e perché voleva protestare contro le leggi razziali: voleva gridare alla nazione tutto il suo dissenso, tutta la sua rabbia e tutta la sua angoscia per quel che stava diventando l'Italia. E cadendo dalla Torre Ghirlandina di Modena, gridò per tre volte la parola "Italia". Antonio Castronuovo, biografo e saggista autore di questo "Libri da ridere" (Stampa Alternativa, 2005) non ha dubbi: "Un uomo può giungere a suicidarsi per protesta.
Heine lavorò a “Il Rabbi di Bacherach” tra il 1824 e il 1826. Poi per parecchio tempo di quest’opera, che lo stesso autore aveva preannunciato come “un libro che gli Zunz di tutti i secoli definiranno una fonte storica”, si persero le tracce. Solo nel 1840 Heine decise di pubblicarla, come frammento, nel quarto volume del “Salon”.
Eleganza. Ogni singola frase di questo breve romanzo trasmette eleganza. E misura, attenzione, garbo, intelligenza. “Gli occhiali d’oro” rappresenta anche una piccola rivoluzione. Conservando una forma letteraria e narrativa impeccabile, se non addirittura classicheggiante, descrive quanto di più anticonvenzionale ed inconsueto fosse lecito scrivere in quel lontano 1958, anno in cui apparve il romanzo di Bassani.
A Dio Spiacendo, vi può capitare di tutto. Ma non “di tutto”, bensì DI TUTTO. Perché Egli è ovunque, onnisciente, onnisclerante e onnipresente.
Insomma per Shalom Auslander non si può sfuggire al volere divino, che lungi dall’essere comprensivo dimostra soltanto evidenti stati egotici in cui l’IO sovrasta tutto il resto.
“Ascolta: io Davide, messia, re d'Israele, la notte scorsa ho fatto un sogno. Ho sognato che volavo sopra i monti della Giudea, luminosa trasparenza. Non che mi fossi trasformato in angelo o in aquila: restavo l'uomo che sono. Ma un vigore incomparabile mi circolava di nuovo nelle membra, sicché con l'agitare le braccia mi tenevo sospeso sulle gialle solitudini. Le rotondità del paesaggio, col bizzarro fatto di concepirle soffici quando nessuno più di me ne conosce la durezza, m'introducevano nel corpo una frenesia di piacere. Potente di rifiorita potenza, sentivo crescermi tra le cosce la capacità, e l'indicibile godimento, di fecondare la terra” (Incipit di “Davide”).
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