«Albero rovesciato. Figura collegabile al rizoma, presente anche in Plotino stesso e simboleggiante la discesa del molteplice dall’Uno. Presente soprattutto in India, nei Veda e nella Bhagavad Gita. Il simbolo può rappresentare anche il Sole che dispensa i suoi raggi alle creature. In realtà l’albero rappresentato compiutamente è come l’unione tra un albero rovesciato ed un albero dritto, dal momento che procede dalla molteplicità delle radici, si slancia nell’unità del tronco e si articola nella molteplicità dei rami: in questo caso l’Uno è il Medium, ciò che collega le radici ai rami, i quali entrambi sono veicolo di nutrimento e proprio per questo si devono orientare in tutte le direzioni.
«Io non ho futuro, nessuno ha futuro, abbiamo chiuso! Guardati un po' intorno, qui sta andando tutto per aria».
«Life is just what happens to you/
While you're busy making other plans» [John Lennon, Beautiful boy].
Si può essere autobiografici anche senza parlare direttamente di se stessi. E' quello che fa Dostoevskij nei suoi romanzi. Avrei voluto scrivere il divino Dostoevskij, e avrei voluto aggiungere nei suoi meravigliosi, stupefacenti romanzi. Ma mi sono trattenuta per non esagerare. Sì perché dei miei autori preferiti, come è il caso in questione, non sono semplicemente una lettrice, ma una fan.
La definizione che ci verrebbe più istintiva è quella di miscellanea, nonostante l'opinione dell'autore secondo la quale “l'opera è plasmata come una sequenza coerente di frammenti autobiografici, di memorie, di meditazioni”. Per i neofiti potrebbe essere un ottimo strumento di accesso al mondo letterario di Pamuk, mentre per gli appassionati è il modo migliore per chiarirsi carattere, idee e posizione (politica e letteraria) dell'autore.
“Non voglio essere interrogato, e non voglio nemmeno spiegartene il perché. Ti dovrei parlare di me, spiegarti me stesso, e non voglio, soprattutto non so, forse non c’è materia”.
Ha smesso di ascoltare, il protagonista de “Le stelle fredde”, e non sente alcun desiderio di parlare. Ricerca una solitudine capace di mettere distanza. Abbandona il proprio lavoro di pubblicitario, la donna che ha amato, il padre. Si lascia alle spalle l’intera vita, arrivando ad allontanarsi persino da sé stesso. Le pagine iniziali riportano un’insolita visita medica, volta ad accertare una presunta ipoacusia.
Quando Goethe, nel Faust, scrisse queste splendide parole immortali che racchiudono il senso dell’ età inquieta: “Rendimi il tempo della mia adolescenza, quando ancora non ero me stesso se non come attesa. Rendimi quei desideri che mi tormentavano la vita, quelle pene strazianti che pure adesso rimpiango. La mia giovinezza… Basta. Sappi rianimare in me la forza dell’odio, il potere dell’amore” certamente non aveva idea di cosa sarebbero divenuti gli adolescenti del terzo millennio. E come avrebbe potuto?
Dieci anni dopo “La bière du pécheur” – anni solcati da racconti per bambini come “La raganella d’oro”, dal poema drammatico in sei atti “Landolfo IV di Benevento” e da diverse raccolte di racconti – ecco un nuovo diario di Tommaso Landolfi: “Rien va”.
IL FASCINO DEL DELITTO
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