Fabio Zanello ci parla della neonata collana di cinema di Historica Edizioni, intervistato dal direttore editoriale. Ne deriva un colloquio interessante che spazia tra vari argomenti e permette di approfondire la conoscenza del critico cinematografico torinese, attivo da anni nel mondo dell'editoria con pubblicazioni e collane.
Tradizionalmente, la democrazia americana ha un carattere pluralista più marcato rispetto a quella europea. In quest’ultima, a difesa della libertà del singolo sta la legge. Nella giurisprudenza anglo-americana, invece, c’è la concezione che l’individuo da solo non riesca a tutelarsi a dovere dall’invadenza dello Stato. Perciò, lo si incoraggia ad aderire alle associazioni, ai gruppi di pressione: le lobbies, ognuna libera di rappresentare gli interessi particolari più vari, e di competere con le altre alla determinazione degli equilibri politici, nell’ambito di un gioco plurale, democratico.
Si sa che De Palma è un autore che ama esplicitare, nelle sue opere, i debiti che ha contratto con la tradizione e la sua cultura cinefila in generale. Al punto che alcuni lo hanno accusato di ancorare la sua cifra autoriale al citazionismo puro e semplice, di essere al limite il massimo esponente di un postmodernismo cinematografico e nulla di più. Ebbene, questa la si può liquidare come una ingenerosa esagerazione. Si tratta di un’opinione che non tiene conto non solo delle robuste doti di narratore proprie a De Palma, ma soprattutto della stupefacente ingegnosità di molte sue soluzioni tecnico-visive: in una parola, dell’originalità della sua elaborazione finale.
Prima di tutto, una considerazione. È difficile, se non impossibile valutare questo ultimo lavoro di Brian De Palma secondo le categorie grossolane del bello o brutto, noioso o avvincente e via discorrendo. Tratto da uno dei romanzi più intriganti e complessi di James Ellroy, The black Dahlia è una storia che poco si presta ad una traduzione cinematografica racchiusa in soli 120 minuti; di qui il dilemma del regista e dello sceneggiatore: cosa salvare e cosa – inevitabilmente – omettere? E, soprattutto, in che modo?
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