Elegiaco, intriso di profonda tenerezza e puntinato da reminiscenze di almeno discreta letterarietà, il nuovo omaggio di Davide Sapienza a madre natura è stato appena pubblicato da un editore amato da tutti gli appassionati di ciclismo, di viaggi e di lentezza, la Ediciclo di Portogruaro.
“La luce di questo sasso è come quella che da bambino ero certo di veder pulsare negli oggetti isolati e immersi nella natura. Sentivo queste creature come fossero, ognuna di loro, una musica diversa mormorata esclusivamente per me. Oggi, durante questa gita generosa, è come se osservassi ancora quei primi passi acerbi. Quando ero piccolo non immaginavo la vita, però captavo il mondo attorno a me: come ogni bambino, conoscevo già la malinconia, la nostalgia, il senso di perdita che provai la prima volta dopo che il nonno se ne andò in un giorno di febbraio, e io avevo dovuto capirlo da solo [...]” (D. Sapienza, “I diari di Rubha Hunish”, Galaad, 2011. Pagina 63)
Un ragazzo di ventisette anni, che aveva vissuto tante vite con vera intensità, scrive un romanzo breve che doveva essere un racconto. È il suo secondo romanzo. È il 1903. Questo romanzo breve diventa parte dell'immaginario collettivo, e del lessico di tutti i giorni, con una facilità sconcertante: istantaneamente. Segno che il ragazzo ha scritto attingendo a qualcosa di universale, di archetipico, di essenziale. Segno che in noi dorme tutto quel che ha raccontato. Segno che abbiamo bisogno di raccontarci questa storia, e che è stato fondamentale inventarsela. Quel ragazzo di ventisette anni si chiamava Jack London, e non aveva mai capito chi fosse suo padre.
L'uomo chiamato John Barleycorn è il protagonista d'una canzone popolare inglese, almeno cinquecentesca. È una canzone antica, omaggiata nel tempo da una micidiale versione pop dei Traffic, contenuta nell'album “John Barleycorn Must Die” (1970), di discreto successo da quarant'anni a questa parte. È una canzone antica e triste, perché racconta la storia della dipendenza di un uomo dall'alcol.
“Prima di svelare la materia del sogno, dovete lasciarmi il tempo giusto per raccontarvi perché questo viaggio è una poesia. Non un racconto, non un film, non qualcosa da scoprire standogli di fronte, bensì un lungo poema le cui parole sono colori di trasparenza liquida, scandite dal ritmo della pagaia. È lei l'arto unico di un esploratore solitario partito dall'alto dei ghiacci per tuffarsi, quando la sua pelle sarà più sottile, nel basso ventre dei mari” (Sapienza, “La strada era l'acqua”, p. 28).
"Ho spesso pensato che proprio da questo allenamento dei miei giorni da vagabondo arriva il mio successo come autore di racconti. Per poter ottenere il cibo che mi faceva sopravvivere, ero costretto a raccontare storie che suonassero vere. È davanti alla porta sul retro che si sviluppa la capacità, prodotta da un'implacabile necessità, di essere convincente e sincero (…). Sono anche convinto che sia stato il mio apprendistato da vagabondo ad avermi fatto diventare realista. Il realismo costituisce l'unico bene di scambio davanti alla porta della cucina in cambio di cibo” (London, “La strada”; p. 23).
Fa sorridere il pensiero che le librerie Feltrinelli abbiano collocato Ultimo parallelo nella sezione “libri di viaggio”. E' la riprova – se ce ne fosse bisogno – che si tratta di un romanzo atipico, difficilmente etichettabile. A beneficio del lettore cerchiamo perciò di tracciarne le coordinate (la metafora, nello specifico, mi sembra appropriata), compito improbo che può comunque rivelarsi utile per avvicinarsi ad un'opera così singolare.
L'ultimo London: quello che stava per morire, quello che ci avrebbe lasciati orfani della grande letteratura di “Martin Eden”, è un narratore che sembra consegnarsi all'inconscio, al fantastico, al simbolico-favolistico; la sua scrittura ha adesso un respiro diverso, meno febbrile e più disteso, del tutto estraneo alle antiche rivendicazioni sociali o alle primitive aspirazioni esistenziali: si direbbe uno che ha sfiorato l'illuminazione, e non ha saputo rappresentarla; ha provato, al limite, a evocarla. I risultati potrete sfogliarli in questa nuova edizione Mattioli.
“Sono nato proletario. Ho scoperto presto l’entusiasmo, l’ambizione e gli ideali e nel tentativo di soddisfarli, ho finito per renderli il problema di tutta la mia infanzia. Vengo da un ambiente rude, volgare, duro. Non avevo un orizzonte davanti a me: direi piuttosto un confine. Il mio posto in questa società era negli abissi, dove la vita offriva solo squallore e sventura: lì, sul fondo, carne e spirito erano ugualmente affamati e tormentati. Sopra di me troneggiava il colossale edificio della società (…)” (London, “Cos’è la vita per me”, tratto da “Rivoluzione”, p. 177).
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