"A Don Vito Corleone tutti si rivolgevano per aiuto senza mai venire delusi. Non faceva vane promesse e neppure avanzava scuse vili di aver le mani legate da forze più potenti. Non era necessario che fosse amico, e neppure avere i mezzi con cui ripagarlo. Una sola cosa era fondamentale. Che il supplicante, lui, lui stesso, proclamasse la sua amicizia. E allora, non aveva importanza quanto povero o quanto debole fosse, Don Corleone avrebbe preso a cuore i guai di quell'uomo. Nulla avrebbe lasciato di intentato per risolverne il caso. La sua ricompensa? Amicizia, il rispettoso titolo di 'Don' e qualche volta il più affettuoso omaggio di 'Padrino'” (p. 10).
William S. Burroughs, borghese per nascita e per errore, e non per esistenza e scelte di vita, provocava: in questo libro, che adorava, aveva riconosciuto “una cricca di innocui perdigiorno e ladri, con un codice di comportamento che per me aveva più senso di quelle regole ipocrite e arbitrarie che i miei simili ritenevano ‘giuste’”. Al di là della discutibile condivisibilità di questo approccio, in realtà bisogna ammettere che si tratta di uno dei livelli di percezione: magari del più basso, del più viscerale. Io dico del più sbagliato. Nemmeno si riesce a credere che fosse questo l’intento autoriale: dovrebbe essere l’opposto, ossia dimostrare quanto sia pericoloso e autodistruttivo intraprendere certi percorsi.
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