Come fa il protagonista dell’ultimo racconto de “Il peso del tempo”, opera dello scrittore tedesco, ex DDR, Lutz Seiler, con un passato da muratore e falegname, che di fronte alla morte di un operaio appunta delle brevi frasi che saranno il primo passo nella sua carriera di scrittore, anche io mi sono appuntato su un foglio bianco una frase scaturita al termine della lettura, la frase è “Ricostruzione anaffettiva di un fallimento”.
C’è poco da fare la stupefatta in copertina: stupefatti siamo noi. Non che perdessimo il sonno per l’attesa di un nuovo disco della Hagen, ma mai avremmo pensato a dei risultati del genere. Lei vuole fare ancora la scugnizza vivace, fa la birichina nell’approccio e soprattutto nel canto, come sua consuetudine, ma poi quel che esce dalla bocca sono insulse preci da catechesi di provincia.
“La sapete una cosa? Da trent'anni faccio l'allenatore e vi dico che è questo il senso del calcio. Noi non siamo capaci di giocare a calcio. L'uomo non è fatto per il calcio. Un calciatore è condannato al fallimento. E un allenatore di calcio lo è a maggior ragione, se per anni al suo gruppo – pulcini, esordienti, giovanissimi, allievi, juniores fino a farli diventare uomini – vuole insegnare qualcosa che non potranno mai fare perché non lo sapranno mai fare. Solo che per ora nessuno l'ha capito. Perché il fatto che tentiamo di fare cose che tanto non sappiamo fare rientra nella normalità. Non ci troviamo niente di strano a occuparci di cose inutili, per ore e ore, per mesi, per una vita intera...”
Cento poesie dalla vecchia Germania socialista: cento poesie per ricordare e testimoniare la parabola di uno Stato, la DDR, che soffrì la brutale repressione di ogni richiesta di democrazia e di libertà, e fu acerbo protagonista d'una rivolta operaia contro il regime, ben prima dei fatti di Budapest e di Praga, soltanto una manciata d'anni dopo la Polonia. Cento poesie per ricordare un regime in cui a una punk di Berlino Est, Annette, bastava scrivere “in questo Stato solo il lavoro ci affranca dal grigiore del tempo libero” per ritrovarsi ospite delle galere della STASI per qualche mese. Cento poesie per non dimenticare un regime in cui – unico al mondo – il popolo cantava un inno muto, intonando solo la musica. Perchè?
“Ich habe fertig”, cioè “Io sono finito”, dichiarò Trapattoni al termine d'una memorabile conferenza stampa in Germania, qualche anno fa, guadagnandosi la simpatia di tutto il mondo: incazzato come una iena, aveva confuso il verbo “essere” con il verbo “avere”. Forse è una coincidenza o forse no, sta di fatto che il protagonista del libro di Brussig, scrittore tedesco classe 1964, moderatamente calciomane, ex grande tifoso della (scomparsa) Dinamo Berlino, si chiama proprio “Fertig” di cognome. Non c'è tifoso o appassionato di calcio nel mondo che al solo suono di quella parola non si ritrovi a ridere, ormai inconsciamente, istantaneamente.
“L'Europa centro-orientale non si lascia addomesticare. Busso da tempo alla sua porta, ma non me l'apre mai del tutto. Domani ho l'aereo per Berlino. Inizia il viaggio. Vediamo di colmare le lacune. Tuffarsi nell'89 e provare a stare a Est senza più la solita sensazione di inadeguatezza. Salire sulla macchina del tempo e poi catapultarsi fuori, nel presente. Ricucire, rammendare, dare profondità. Annusare l'odore della vecchia cortina e inquadrare il senso dell'Europa in cui vivo. Germania e Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Pellegrinare, seguire una rotta di redenzione, macinare chilometri, scavare, indagare, scoperchiare. Scoprire” (Tacconi, p. 7).
In coincidenza con i festeggiamenti di tutto il mondo per via del ventesimo anniversario della caduta del terribile e disumano Muro di Berlino (9 novembre 1989), pubblico, grazie alla sensibilità dell'Ufficio Stampa di Castelvecchi e Arcana, Angelo Bernacchia, un frammento di “C'era una volta il Muro” di Matteo Tacconi, giornalista (“Limes”, “Europa”) e scrittore (“Kosovo”, Castelvecchi 2008) perugino. Si tratta di un diario di viaggio nella Mitteleuropa ferita dai decenni di occupazione socialista sovietica. Nelle settimane a venire, pubblicheremo una recensione del libro. Intanto, salutiamo e festeggiamo la simbolica morte del comunismo con questo frammento.
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