“La sposa birmana” è, ad oggi, l’unico titolo tradotto all’estero di Journal-Gyaw Ma Ma Lay, una delle più grandi scrittrici birmane del Novecento. La scrittura di Ma Ma Lay si unisce in uno straordinario abbraccio di sorellanza alla continuità della lotta sofferente e mai piegata del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, nota anche come autrice di libri-denuncia sulla drammatica condizione della Birmania, oggi Myanmar.
Sessant’anni dopo il folgorante esordio letterario di Ennio Flaiano, “Tempo di uccidere”, vede la luce una nuova allegoria dell’esperienza colonialista italiana: “Ali di sabbia” di Valerio Aiolli, narratore italiano classe 1961.
“C’è qualcosa di guasto in questo paese”, dissi.
Pensavo al sottotenente, che anche lui “sapeva”.
“È un impero contagioso”, aggiunsi e riuscii a sorridere.
(Capitolo IV, “Piaghe molto diverse”, p. 136)
Il colonialismo non è mai finito, e neppure le guerre di religione. L’Occidente continua imperiosamente a drenare le risorse del pianeta, e nel farlo, in molti casi, devasta le culture degli altri popoli che lo abitano, ne sconvolge i sistemi di vita, le usanze, le economie, l’habitat. I monoteismi continuano ad essere fonte di tragiche incomprensioni, di conflitti sanguinari altrimenti evitabili. Si può dire che dal 1884, l’anno in cui si svolge il bel film di Shekhar Kapur, da questo punto di vista il quadro sia sostanzialmente immutato.
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