Apre le danze un panorama da guerriglia urbana. Manganelli, sciarpe tirate fin sotto al naso, fumogeni, sirene, volanti. Striscioni, auto capovolte. Una massa di giovani indignati, come usa dirsi in questi ultimi tempi. È nelle strade che si riversa la rabbia scomposta, nelle strade si cerca “il sistema”, nemico onnipresente, dai mille volti. San'kja è fra la folla, ragazzotto di provincia, riflessi pronti e coraggio.
La guerra nuda. Senza fronzoli, retoriche, riflessioni. La guerra “al naturale”, cruda; la guerra vista dal soldato. Nessun filtro ideologico (se non passivo, introiettato), nessun filtro retorico. Solo un filtro emotivo, costante, appartenente alla guerra come l'ombra alla luce: la paura. Si nasconde dietro ogni a-capo, percorre di un tremore ogni parola, ogni sintagma. Umanissima, prevedibile, nota, figlia degenere della voglia di vivere e amica fidata, canina, che non abbandona mai il soldato in battaglia. La frontiera in questione è quella cecena. Grozny, capitale della Cecenia, repubblica autonoma della federazione Russa. Grozny in russo dice “terribile, minacciosa”.
Ho dovuto interrompere spesso la lettura di questo libro. Ho dovuto riprendere spesso fiato. Sospendere. Perché leggere gli articoli che compongono “Proibito parlare” è un’esperienza emozionale piuttosto forte. Cronaca schietta, diretta, puntuale. La Politkovskaja era una giornalista, non una letterata. Al centro di ogni pezzo c’è la ricerca della verità, quella spesso nascosta, infangata, contaminata, annientata dal sistema nazionale russo, dal suo esercito, dai suoi funzionari, dai suoi burocrati.
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