Su Facebook si è scritto e si scriverà molto, ma è possibile parlare di questo fenomeno in maniera giocosa e divertente, senza demonizzarlo? La risposta – affermativa – viene da questo romanzo-saggio di Luca Martello, giovane sardo di talento e dallo spiccato senso dell’umorismo (chi ha letto i suoi racconti sul vecchio lankelot.com se ne sarà già accorto). Martello riesce a inventare una scherzosa e grottesca avventura che ha per protagonisti un coniglio e nientemeno che Zygmunt Bauman.
Ci sono titoli (di libri, ovviamente) che “suonano” bene e rimangono in mente, catturano l’attenzione per un’atmosfera suggerita, una parola indovinata, messa lì al punto giusto e al momento giusto; titoli che stimolano fantasie e accendono lampadine di sana curiosità intellettuale, come fossero testimoni cartacei di una reale esigenza collettiva. È certo questo il caso dell’Arte del piano B di Gianfranco Franchi: classico esempio di titolo accattivante simpatia al massimo grado, visto il persistente disagio in cui ci ritroviamo tutti più o meno impantanati, qui, ora e per chi sa quant’altro tempo.
C’è una sorta di vuoto nella coscienza e nella memoria di noi italiani a proposito della storia della nostra penisola e personalmente me ne sono accorto per il 150° dell’Italia unita, al di là della retorica delle celebrazioni e delle ricorrenze. Sì, abbiamo studiato sui banchi di scuola quei fatti, maestre e insegnanti ci hanno insegnato della fondazione di Roma, di questo e quell’altro, di Garibaldi e dei Savoia, della dittatura e della Prima Guerra Mondiale ma la nostra conoscenza si limita spesso a un condensato di date simile a un bigino composta da poche pagine e sempre più scolorito. Perché questa premessa?
“...e se esistesse un alfabeto fatto solo di acca? Beninteso, di parole formate con la parola acca. Prima ipotesi: non si capirebbe un’acca. Ipotesi alternativa: ne siete sicuri?”.
Un libro Piano B è sempre un'esperienza. Ottica, tanto per cominciare, con la perenne metamorfosi dei loghi e dei formati. Tattile, col cartoncino (ecologico) fornito dalle cartiere Fedrigoni che in questo caso risulta tatuato di rilievi, con un'impronta digitale in copertina che incoraggia una prima esplorazione braille, goduriosamente analogica. Infine, culturale. In senso alto, lato, lontano anni luce dalla sfera del furbetto. Tanto da consentire un cappello del genere, che con altri libri - e altri marchi - parrebbe una marchetta da venditore di aspirapolveri.
Tiberio Mitri, pugile e patriota giuliano classe 1926, scomparso a Roma nel 2001, fu un atleta capace di sopravvivere alla povertà, all'educatorio, alla guerra e alla Risiera di San Sabba per diventare campione d'Europa nel 1949 e nel 1954. Amatissimo per la sua eleganza e per il suo stile, sul ring, conquistò italiani e francesi con disinvoltura e naturalezza, e onorò Trieste con i suoi successi negli anni più delicati – quelli in cui si stava decidendo delle sorti della città di San Giusto, e delle cittadine istriane. Onorò Trieste incarnando il suo spirito combattivo, nel momento necessario.
Il favoloso mondo del cinema non è estraneo alla recessione. Sembra, piuttosto, che tutta una serie di lavoratori stiano soffrendo difficoltà che larga parte della cittadinanza non conosce, non immagina nemmeno e fatica, in ogni caso, a credere possibili. Questo romanzo di Antonio Petrocelli, attore e scrittore italiano classe 1953, alla spalle un esordio letterario con prefatore d'eccezione (Sofri: “Volantini. Ora tocca a me partire”, 2001), serve fondamentalmente a questo: a informare e sensibilizzare la cittadinanza a proposito dello stato e delle condizioni di vita degli attori meno noti, e di tutti i precari (cronici) del mondo dello spettacolo.
Introduce magnificamente Andrea Di Consoli: “Milano non esiste è un romanzo scritto con la furia orale di un operaio non acculturato; è un lungo e barbarico monologo viscerale; è, soprattutto, un romanzo su quell’umile Italia popolare che ancora odora di pelle, di lavoro, di rabbia, di vino, di sudore e di carne”.
“Sono orgoglioso delle bandiere americane appese su tutti i tendoni di West End Avenue. Maledetti arabi del cazzo. L'America attaccata. Incredibile. Una nuova epoca della storia. Vulnerabili sul nostro territorio. Lo vivo come un affronto personale. 'Tu puoi anche non mostrare alcun interesse per la storia' dice Trotsky 'ma prima o poi la storia si interesserà sicuramente a te” (Nissenson, “Rallegrati di queste cose al crepuscolo”, p. 138)
MAURIZIO CECCATO. UNDERCOVER
«Un giorno di inizio scuola avevo sbirciato un titolone trionfale dello Stadio: riguardava il Bologna, che evidentemente non era stato cancellato come auspicava il Nonno. L’avevo sbirciato, attirato da un nome curioso e bizzarro come Fanfulla. Questo Fanfulla era una squadra di calcio, avevo scoperto nella lettura. Il Bologna aveva giocato nello stadio di questo Fanfulla, e aveva vinto tre a due. Seguivano le foto dei gol di certi Frutti, Fabbri e del baffuto Facchini. In quel momento, seduto nella macchina del Nonno ad aspettare la campanella, con quel giornale sportivo aperto, ancora ragazzino snob e secchione, avevo sentito un pensiero lontanissimo sgorgare da qualche anfratto nascente della mia testa.
“Sì com'a Pola, presso del Carnaro / ch'Italia chiude e i suoi termini bagna” (Dante, Inferno 3, 113-4).
Gual, narratore spagnolo classe 1973, laureato in Filologia Catalana, insegnante, ha pubblicato in patria raccolte di racconti (“Delirium tremens”, 2000 ed “Estem en contra”, 2007) e due romanzi: “Els tripulants” (2000) e questo “Ketchup” (2006), primo ad apparire in Italia. È un romanzo giovanilista, metropolitano e citazionista.
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