Mi accosto ai Racconti di Antonio Delfini (premio Viareggio a pochi mesi dalla morte, nel 1963) da autentica profana e scopro uno scrittore davvero particolare, di quelli di cui si vorrebbe aver letto di più o di cui si vorrebbe avessero scritto di più.
Che succede a Landolfi dopo “Racconto d’autunno” e “Cancroregina”?
La Resistenza raccontata da Landolfi non poteva non essere allegorica. E – va da sé – gotica, allucinata evasione dalla realtà. È il 1947 quando Vallecchi pubblica il romanzo “Racconto d’autunno”, che nelle prime battute va configurandosi come una narrazione classica d’una fuga per boschi durante quel periodo in cui, come Landolfi ricorda, due eserciti stranieri si scontravano sul nostro territorio; i cittadini fuggivano da invasori o “liberatori”, a seconda di convinzioni, opportunità, appartenenze: una minoranza assoluta viveva “da bandito” (parole di Landolfi), durante quegli anni di scontri duri e cruenti, nel tentativo di rovesciare il regime, salvarsi la vita e – chissà, io lo aggiungerei – liberarsi dei liberatori.
NEL NIENTE.
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