“Ricorrendo ad una suspense identica a quella del marito che si aspetta di essere tradito, lo scrittore si pone in una condizione che gli consente di osservare, come quell'eterno cornuto che è Dio ha sempre fatto dall'istante in cui ha separato la luce dalle tenebre, le ricorrenti infedeltà della sua creazione”.
“Il folle cabaret del professor Fabrikant” è stato un regalo. Un gran bel regalo, in tutta sincerità. Un libro che arriva dallo stand delle Edizioni Cargo, direttamente dalla Fiera della piccola e media editoria di Roma. Il nome di Yirmi Pinkus mi era del tutto ignoto, d'altro canto siamo di fronte ad un'opera prima e Pinkus, in genere, lavora come disegnatore e come graphic journalist.
Libro testamento a cui Shabtai lavora fino all'ultimo anno della propria vita, lasciando la responsabilità di revisione e pubblicazione alla moglie, “In fine” è il risultato di un'assidua ricerca di perfezione stilistica, che porta l'autore ad una tripla stesura, seguendo una concezione del romanzo come contenitore di varie versioni alternative. Quella definitiva è frutto della scelta di Yaakov per ciò che concerne la seconda e la terza delle parti in cui l'opera si divide.
“Il libro di Joseph” somiglia ad un pantalone: un unico indumento costituito da due parti distinte, ma parallele. Come le due gambe, come le due vicende che Hoffmann sceglie di raccontarci con una scrittura che sembra ricalcare il ritmo dell'ago: entrando e uscendo dal passato, dalla storia contemporanea, snocciolata attraverso i ricordi. Per brevi accenni in maniera quasi implicita. Pagine come stoffa, come drappi che prendono forma sotto le mani pazienti, che cuciono in un filo continuo Yingele e Katschen.
“Sono orgoglioso delle bandiere americane appese su tutti i tendoni di West End Avenue. Maledetti arabi del cazzo. L'America attaccata. Incredibile. Una nuova epoca della storia. Vulnerabili sul nostro territorio. Lo vivo come un affronto personale. 'Tu puoi anche non mostrare alcun interesse per la storia' dice Trotsky 'ma prima o poi la storia si interesserà sicuramente a te” (Nissenson, “Rallegrati di queste cose al crepuscolo”, p. 138)
Un anno e mezzo dopo “Kalooki Nights”, Cargo porta in Italia il secondo romanzo di Howard Jacobson, in realtà scritto nel 1999. Ed è importante sottolinearlo, perché non conoscendo la vicenda editoriale si potrebbe pensare ad una battuta d'arresto, ad un tentativo di attenuare quell'ironia caustica che era stata il perno su cui poggiava l'intera architettura del libro letto in precedenza.
MAURIZIO CECCATO. UNDERCOVER
Qualche immagine, per cominciare.
Infanzia, adolescenza, facoltà di legge: la mia vita è stata come questa difficoltà a navigare, la mia vita è stata questa difficoltà a navigare; e lo dico basandomi sulle peripezie di aria, mare e terra con le quali potrei riempire mille pagine come questa, in un pazzo marcelproustianesimo senza asma, per fortuna, che di nuovo incomincia da una navigazione, questa volta sul mare che mi ha portato in Francia, e che speriamo finisca a Parigi, con me seduto sulla mia comodissima poltrona Voltaire, perché ai proprietari dell'appartamento può venire in mente di chiedermela in qualsiasi momento, dato che non sono proprietario della mia seduta in questa vita (...)” (p. 22)
“Lessi 'La morte di Virgilio” di Hermann Broch: seduto nella barca, Virgilio scivola lentamente verso la morte, sapendo bene dove è diretto. Viaggiavo sull'onda delle parole, che mi ipnotizzavano con la loro saggezza nebulosa, senza pietà” (p. 123).
Come può un artista dichiarare il proprio dissenso, tutta l’amarezza per l’imperialismo e per l’aggressività neocolonialista della sua nazione, tutta la perplessità per la paradossale condizione di vita di cittadini costretti a un’esistenza precaria e a uno stato di guerra senza fine?
È impossibile presentare questo libro meglio di come fa il postfatore Guido Vitello che cita le salaci considerazioni di Fernando Arrabal, grande scrittore dotato di acuta ironia e senso dell’umorismo.
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