Come reagireste se domani i mezzi d’informazione annunciassero che qualche simpatico cervellone ha inventato una macchina capace di predire, dopo l’analisi di una vostra goccia di sangue, le modalità della vostra morte? Non quando accadrà ma come schiatterete e che quel come non fosse così chiaro come magari vi potreste aspettare ma con delle frasi tipo “Non facendo ciao ma annegando” o “Mandorla”? o “Ucciso da Daniel?” Probabilmente rimarreste agghiacciati ma forse, in fondo al vostro cervello, sorgerebbe il desiderio di provarla o farla provare a qualcuno che vi sta accanto e per il quale magari non provate un grande affetto.
Pietro Calabrese non è stato un giornalista qualunque. Uomo colto che non amava mettersi in mostra, come fanno molti colleghi, con trombonesca erudizione. Apriva il suo bagaglio di conoscenza per comunicare ai lettori forti emozioni. Era un giornalista vecchio stampo che sfoderava l’arma dell’emozione per raccontare con straordinaria imparzialità il proprio tempo.
Negli articoli di Calabrese non si buttava niente. Da giornalista di razza riusciva a catturare l’attenzione dei suoi lettori, che lo apprezzavano per l’ironia e la lungimiranza delle sue analisi. Pietro non si sottraeva alle critiche e al confronto serrato. Amava con grande passione il suo mestiere e scriveva soprattutto per i suoi lettori, con i quali aveva un filo diretto.
Da autunno ad autunno in un pigro e goffo riappropriarsi di sé, in un progressivo distacco dalla morte per sopravviverle e sopravviversi. Yehoshua racconta di un borghese piccolo piccolo e ne tratteggia la quotidianità nelle infinite, minuscole azioni di rinascita dopo i sette lunghi anni fagocitati dal cancro al seno di una moglie, che era stata il suo dolce tiranno ben prima della malattia. Una donna severa, il cui sguardo impietoso crocifiggeva il mondo tutt'intorno, non risparmiando critiche. Una donna che finisce per diventare corpo mutilato innalzato sull'altare di quel letto ospedaliero, piazzato al centro della loro stanza matrimoniale.
Arrivarono gli alieni e un momento dopo l'aria era piena di fuoco; quindi, il mondo divenne come una candela appena spenta, e le fiamme scomparvero. Sbarcati i visitatori, c'era una prescelta: Della, una donna normale. Si era sempre sentita una persona semplice; pensieri semplici, speranze semplici, necessità semplici. Quel che le sta capitando – essere l'ultima della specie, essere parte d'un disegno alieno – la disorienta e la impaurisce. Quasi quanto non aver potuto restare incinta di suo marito, sterile. Almeno quanto la malattia che stava uccidendo suo marito.
2007. Nicola Vacca sta combattendo al fianco della sua amata compagna la battaglia più difficile: contro il male, contro il dolore, contro l’atrocità del tempo: contro l’assurdità d’una malattia sotterranea, e infida. Il poeta torna alle sue origini – alla poesia elegiaca e sentimentale, al canto della donna adorata, consapevole che l’esistenza ha senso e valore per la sua presenza, e che a nulla vale respirare un’altra essenza – e si schiera, guerriero gentile e senza paura di niente, in prima linea.
“L’enfant éternel”, opera prima di Philippe Forest, è uno strazio. In senso stretto. Perché è il primo passo nella narrativa d’un letterato – accademico, tra Inghilterra e Francia – e d’un saggista che, stando a quanto comunica in questo libro, di letteratura non intendeva crearne, ma analizzarla e studiarla e insegnarla sì. È successo che ha perduto per un tumore una figlia che aveva appena compiuto quattro anni, e come i suoi Hugo e Mallarmé è semplicemente impazzito di fronte alla morte ingiusta e incomprensibile d’una parte di sé.
Lucido, ostinato, tenacemente violento nel gelo della sua crudele ed organica espressione del dolore, Zorn lascia divampare, dopo trentadue anni di vita non vissuta, il fuoco della sua ira che cresce, avanza, arde e brucia alimentandosi della sua stessa amara consapevolezza, della sua stessa natura di atto unico e definitivo dell’esistenza di un uomo educato a non essere; educato ad assistere, in qualità di supino spettatore, allo scorrere inesorabile dei propri giorni, incapace di mordere il presente e nella vana attesa di un ideale futuro migliore, fatto di nebulose e passive convinzioni infondate, chiari alibi atti a giustificare, sia pure solo inconsciamente, la latente frustrazione generata dalla falsa armonia di un mondo subdolamente artifi
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