Avevamo lasciato gli svizzero-ticinesi-canadesi Peter Kernel nel lontano ma neanche troppo 2008 con quello splendido disco che era stato “How to perform a funeral” ed eccoli tornati lo scorso ottobre con il loro nuovo album “White Death & Black Heart” (Africantape/On The Camper/Goodfellas).
"La dedica consta di due parti: A e Contro. Questo libro è dedicato a tutti i Canadesi passati e presenti, Gesuiti e Irochesi; Uroni, Francesi, Algonchini, Inglesi, Montagnais, Micmac, Inuit e altri. Possano insieme preservare la loro terra. Questo libro è dedicato contro tutti i dogmatici e i loro eserciti (nei quali alcuni dei sopra citati potrebbe essersi arruolati). Chiunque essi siano, auguro cordialmente loro una calda permanenza all’Inferno.”
Sfondare la cortina di ferro e silenzio che circonda la Corea del Nord è un'operazione ardua, ai limiti dell'impossibile.
Che succede quando “Paris-Texas” sembra cominciare alla fine di un libro, ibridandosi con la narrativa di formazione on the road?
"Sul versante opposto della valle la strada attraversava un terreno incendiato nero e spoglio. Tronchi carbonizzati e senza rami che si susseguivano a perdita d'occhio. Cenere che aleggiava sopra la strada e grappoli di cavi ciechi che penzolavano dai pali della luce anneriti gemendo piano nel vento. Una casa bruciata in una radura e più in là una distesa di praterie livide e desolate e una montagnola fangosa di terra rossa grezza con dei lavori stradali lasciati a metà, più avanti, cartelloni pubblicitari di motel. Tutto come una volta, solo sbiadito e sciupato dalle intemperie. In cima alla collina si fermarono nel freddo e nel vento a riprendere fiato. L'uomo guardò il bambino. Sto bene, disse lui.
“… la gente ha bisogno di soffrire. La gente ha bisogno di sentire dolore e di provare desideri e di essere ferita anche solo per poi potersi aggiustare” (“Fighter”, p. 216).
Mutando la prospettiva – borghese o popolana – il risultato non cambia: nella visione di Craig Davidson, la nuova generazione pretende l’autodistruzione. Rifiuta il destino, e diffida delle predisposizioni naturali; abiura l’essenza rinnegando il proprio ruolo; altera le dinamiche dell’esistenza cancellando il futuro. Consegnandosi al niente.
William S. Burroughs, borghese per nascita e per errore, e non per esistenza e scelte di vita, provocava: in questo libro, che adorava, aveva riconosciuto “una cricca di innocui perdigiorno e ladri, con un codice di comportamento che per me aveva più senso di quelle regole ipocrite e arbitrarie che i miei simili ritenevano ‘giuste’”. Al di là della discutibile condivisibilità di questo approccio, in realtà bisogna ammettere che si tratta di uno dei livelli di percezione: magari del più basso, del più viscerale. Io dico del più sbagliato. Nemmeno si riesce a credere che fosse questo l’intento autoriale: dovrebbe essere l’opposto, ossia dimostrare quanto sia pericoloso e autodistruttivo intraprendere certi percorsi.
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