Dalle mie parti la chiamano "malerba" ma credo che possa essere facilmente assimilata alla "malapianta". Si tratta di una coltura infestante, particolarmente nociva che cresce rapidamente, senza difficoltà e che è complicato estirpare. Il parallelismo tra la "malapianta" e la 'ndrangheta è lampante. Ma la "malapianta" ricorda anche la struttura di tronco, rami e foglie che caratterizza la 'ndrangheta la quale si basa, ormai da secoli, su una gerarchia di poteri ben definita ed inviolabile tenuta assieme soprattutto grazie a vincoli di sangue e al silenzio omertoso di chi ne fa parte.
Quello italiano è un cinema inesorabilmente dinastico. Accanto alle generazioni di De Sica, Rossellini, Gassman, Risi, Taviani e Bellocchio, hanno trovato posto nell’ultimo decennio i meno blasonati fratelli Muccino (Gabriele e Silvio), Virzì (Paolo e Carlo) e una nutrita pattuglia di figli d’arte. L’ultima arrivata, in ordine di tempo, è la famiglia Rohrwacher. Un agguerrito duo di sorelle, Alba e Alice, che ha scavalcato felicemente la ripida china dello show business. La prima come attrice simbolo per autori italiani raffinati (Soldini, Mazzacurati, Avati), la seconda come regista di evidente talento: manifestato con un’opera prima che forse è la più bella ammirata a Cannes.
La 'ndrangheta è una religione. Di più, è una fede. La 'ndrangheta avviluppa tutto l'Occidente e non risparmia altre aree del mondo, anche quelle apparentemente più insospettabili. Il libro di Nicola Gratteri, magistrato e procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, e di Antonio Nicaso, giornalista, scrittore e storico esperto di organizzazioni criminali, oltre che a rappresentare una denuncia, compie una ricognizione, affascinante ma sconcertante, di un universo, quello degli 'ndranghetisti, che mescola rituali para-religiosi e giuramenti di sangue, attività illecite di ogni genere e omertà, assenza dello Stato e giustizia sommaria e senza sconti.
Tra i maggiori poeti del Novecento, ancora decisamente poco riconosciuto e conosciuto è il calabrese Lorenzo Calogero, nato a Melicuccà nel 1910, e morto quasi completamente isolato nel 1961, forse suicida. Una vita preda di tempeste e solitudine, congegno letale per un poeta, il più diffusamente letale, dopo due tentativi di suicidio certi, lunghi ricoveri, la morte della madre che lo devastò, una carriera di medico che non si avviò mai per le violente fobie e la misantropia che lo segnò sempre, così coraggiosamente simile a Campana, senza il suo vigore caratteriale ma non certo senza il suo genio.
Sarà forse perché l'estate è la stagione che con le sue bordate di caldo torrido mi riconcilia col mio corpo, sarà forse perché non vedo il mare da tempo immemore, sarà forse perchè al mare ho trascorso giorni di indimenticabile serenità familiare, sarà forse perchè il mare mi ha salvato la vita, sarà forse perché durante le lunghe ore di autostrada la radio era sempre accesa su cassette di musica anni '60 italiana e anglosassone con canzoni da cantare senza nemmeno conoscerne le parole, sarà forse perché le strade deserte di una città in pieno agosto conducono ad una strana malinconia che mi fa continuamente pensare al passato, che mi rende più disposto a concedermi delle pause di svago, condite da semplicità senza troppi fronzoli intellettuali indispensabi
Introduce magnificamente Andrea Di Consoli: “Milano non esiste è un romanzo scritto con la furia orale di un operaio non acculturato; è un lungo e barbarico monologo viscerale; è, soprattutto, un romanzo su quell’umile Italia popolare che ancora odora di pelle, di lavoro, di rabbia, di vino, di sudore e di carne”.
“Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria. Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può” (PIOVENE, “Viaggio in Italia”, 1953-1956. In “Bergamo”, p. 159 edizione Baldini Dalai, Milano 2003)
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Ho mai letto qualcosa del genere?, mi sono domandato, dopo un centinaio di pagine, sgranando gli occhi. La risposta, scontata, è no. Assolutamente, mai. Non in lingua italiana, almeno. Perché? Perché l'opera prima di Angela Bubba, esordiente calabrese classe 1989, poggia su una lingua italiana inesistente: “La casa” è un festival di invenzioni (assolute), regionalismi, dialettismi, libertà di ogni ordine e grado. Al termine del romanzo non ci si stupisce leggendo che la prima destinataria di una dedica è la fantasia: ti credo, più fantastico di un romanzo scritto in una lingua nuova non c'è nulla.
“Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque” (pag.3).
Nel passato, l'apoteosi era il processo di divinazzazione celebrato dopo la morte dell'imperatore Romano: oggi vorrei rendere giustizia a questa formazione musicale morta da tempo. Siamo nel 1975 e dalla Calabria escono fuori dal nulla tre fratelli (Massimo, Federico e Silvana Idà) che insieme a Franco Vinci e Marcello Surace pubblicano un piccolo capolavoro con l'aiuto economico fornito dal papà dei tre: Salvatore. L'album vende pochissimo e rimarrà una rarità per gli appassionati del genere, i nostri non avranno insieme altre possibilità in futuro per dimostrare il loro indiscusso valore.
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