«Tu ami ogni parola che causa rovina,/o lingua insidiosa!» [Salmo, 52:4]
La corrispondenza tra Céline e Marie Canavaggia, fedele segretaria di una vita, copre quasi l’intera parabola letteraria del grande scrittore. Anche nelle relazioni epistolari, l’autore di Morte a credito si mostra polemico e schietto. Vomita con genialità le sue parole che feriscono e scuotono. Quando scrive a Marie l’uomo Céline si mette completamente a nudo, racconta la sua crudele condizione di essere umano perseguitato dal conformismo dei benpensanti. La sua segretaria è una confidente particolare in cui lo scrittore ha una fiducia incondizionata.
A metà tra una satira ecologica e una favola gotica, “Scandalo negli abissi” (1943) è l'espressione d'un Céline animalista, ecologista militante: la sua denuncia del disastro della fauna marina e dei massacri delle foche (“le sgozzano a milioni tutti gli anni proprio sopra la loro banchisa, mentre giocano in famiglia e folleggiano innocenti”) è e rimane di crudele e straordinaria attualità a quasi settant'anni dalla prima pubblicazione.
C’è una capacità che andrebbe sempre riconosciuta al cinema francese, o meglio, all’industria cinematografica francese. Quella di costituire l’unica vera opposizione, l’unico tentativo di resistenza a quella imperante proveniente dall’America. Andrebbe riconosciuta la sua capacità di proporre un’offerta cinematografica a trecentosessanta gradi, che fugge quasi sempre all’appiattimento del cinema di genere, come è invece avvenuto in Italia dopo la fertile stagione neorealista.
Destinato a disintegrare propagande d’ogni colore e d’ogni nazione, l’esordio di Céline è un romanzo che sembra avere naturalmente un senso: descrivere e narrare miserie, debolezze, corruzioni e infamie della razza umana.
Questo libro è un figlio del Novecento. Non per via della scrittura, o della struttura, o di altre ragioni estetiche: ma per ragioni, semplicemente, industriali. Non sarebbe stato pubblicabile in un tempo estraneo alla circolazione seriale d’un’opera che non ha nessuna ragione di fascino letterario; non è un romanzo, né una raccolta di racconti, né un libro di poesie, né un saggio. È un’intervista. È l’intervista di un autore che divideva la critica, per ragioni fondamentalmente politiche; non aveva eccessivi guadagni e aveva una gran voglia di nominare il suo editore. Gallimard. Gallimard, Gallimard.
FAVOLA RUBATA
1923. Dobbiamo considerare Louis-Ferdinand Destouches, e non Céline, l’autore di questa favola incompiuta, pubblicata postuma per volontà dei suoi eredi. È uno studente in medicina di ventinove anni, giovane padre di famiglia, che inventa una fiaba, illustrata da sua moglie Édith, per divertire, far sognare ed educare la piccola Colette: non un romanziere, né un astuto letterato che si diletta a disseminare inediti, ben consapevole della loro potenziale, futura e diversa sorte.
Non ho mai sopportato l’esistenza di un pensiero come quello che sto per esternare: ossia, che un libro non debba poter circolare o non debba più essere ristampato. Stavolta – e con profondo malessere – mi avvicino alla consapevolezza che un’opera come questa non può che sporcare l’intelligenza umana, macchiare la storia della letteratura francese e mostrare lo strapiombo dell’arte d’uno scrittore che accantona la narrativa per sprofondare nei liquami d’un pamphlet paranoide, aberrante, vigliacco e idiota.
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