“Eppure la Sicilia rimane bellissima. Non conosco nessun altro luogo che riesca non tanta naturalezza a fingersi mito; nessuno che in pochi emblemi significativi riassuma la vicenda commovente dell'uomo e ne incarni visibilmente i moti più vari, sacri e profani: l'ansia di felicità, l'ebbrezza e la miseria dei sensi, il desiderio, il rimpianto, il disamore, l'amore... Una femmina è la Sicilia e chi vi è nato la sente come un doppio di sé, una pelle senza la quale si sentirebbe scuoiato e nudo” (Bufalino, “La terra degli eccessi”, incluso ne “Il fiele ibleo”).
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Il romanzo più completo di Gesualdo Bufalino. Il terzo, per essere precisi, e anche uno dei più belli del maestro siciliano. “Le menzogne della notte”, libro del 1988 pubblicato da Bompiani è, insieme al capolavoro d’esordio “Diceria dell’untore”, l’opera più intrigante e originale del professore, scrittore e letterato di Comiso. A metà tra il giallo e il romanzo storico, il libro di Bufalino mescola, in pagine come sempre affascinanti, personaggi e storie, stili e generi letterari, con la solita abilità sopraffina nel dosare parole, verbi, aggettivi e locuzioni.
Gesualdo Bufalino è pura letteratura. Ce ne accorgiamo ogni volta che leggiamo anche solo una riga dei suoi scritti. Non una sbavatura, non un termine poco appropriato, non una virgola fuori posto nella sua prosa sempre elegante e raffinata, complessa, ricca di una letterarietà e un lirismo fuori dal comune. Bufalino, autore fin troppo sottovalutato, quasi sconosciuto per le nuove generazioni di lettori.
“Diceria dell’untore”, del 1981, è il libro d’esordio con cui Gesualdo Bufalino si è affacciato sulla letteratura italiana. Ed è stata davvero una fortuna immensa per la cultura italiana: con il suo libro e con la sua produzione, infatti, l’autore ha creato un universo colto e raffinato, con la sua instancabile ricerca della parola perfetta, evocativa, emozionante, secondo la teoria per la quale, secondo le parole dello stesso autore, “interessano più i colpi di scena delle parole che non i colpi di scena dei fatti”.
L’OBLIO DELLA VITA.
“Così, chi da poco chi da pochissimo, vivevamo alla Rocca, insieme ad altri che non nomino, io che vi parlo, e il colonnello, Sebastiano, Luigi, Luigi, Giovanni, Angelo: cascami della storia, uno sfrido umano. Tutti già soldati, per mestiere o per forza; ora ugualmente colpiti e con pronostico uguale; custoditi, intorno, da un reticolato, noi e nessun altro in Europa, ormai. Ed eravamo qui giunti a frotta, sotto stracciate mantelline d’eroi, da mille posti diversi”. (G.Bufalino, “Diceria dell’untore”).
'Per un pezzo nessuno fiatò. Poi il barone: “Eppure queste ore son da passare”, disse. “Il punto è: tacendo o parlando?”
“Una volta,” disse frate Cirillo, “ho salvato dalle fiamme un libro, nel castello dei Torrearsa. Un libro di lussurie, ma pauroso nel fondo, che si chiamava Decamerone…”
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