Altri hanno già scritto e recensito. Perciò queste righe si presentano più con lo spirito di chi viene a rendere omaggio che di colui che recensisce, e vogliono porgere, per quel che conta, la mia personale eco. A lettura appena ultimata. Qualcuno si potrebbe aspettare che io parafrasi le parole dell'autore, spiegando la mia personale visione/interpretazione del Piano B. No, non accadrà. È vietato: la prima regola del Piano B è che non si parla mai del Piano B. Lo si vive semmai. Lo si disegna: e il disegno ha in più questo, rispetto alla scrittura: il silenzio. La segretezza. Basti dire che sentir nominare il Piano B serve in primo luogo a farci rendere conto di quanto siamo incastrati nel Piano A.
Presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, qualche tempo fa, ho visto una mostra intitolata "100 capolavori dallo Städel Museum di Francoforte.
"Maledetto il Paese in cui i cittadini non mangiano lo stesso pane e non parlano la stessa lingua", scrisse qualcuno. Condannato a non avere pace, si potrebbe aggiungere, quel Paese che non si riconosce nella stessa storia, nella stessa memoria, nella stessa patria. Per animare un futuro estraneo alle discriminazioni e agli odii, per conciliare la memoria d'un popolo diviso, per restituirci una "realtà storica condivisa", Ugo Intini ha scritto questo strano e romantico ibrido tra un memoir e un libro di storia. "Perché tutte le grandi nazioni hanno fatto pace col proprio passato, ricostruendolo in modo condiviso e rendendolo uno strumento di unità".
Noi non siamo Grace. Siamo Dogville. In scena non è la ghettizzazione della nostra diversità, ma al contrario la nostra paura dell’altro, il nostro chiuso conformismo. Dalla materia fangosa di cui è composto l’essere umano, è davvero difficile ricavare qualcosa di limpido, buono, disinteressato. Siamo creature egoiste e vanitose, peggio dei cani e di tutte le bestie che almeno hanno più limitato lo spettro di scelta. La nostra è invece una deliberata volontà di commettere il male. Per autodifesa ci stringiamo in comunità, in branchi rivali che coltivano il loro senso di sé attraverso l’esclusione dell’altro.
Galileo Galilei è unanimemente riconosciuto come padre della fisica e del metodo scientifico moderno. Isaac Asimov scrive nel suo Libro di fisica: «Ma fu proprio Galileo a rovesciare il punto di vista dei greci, realizzando una rivoluzione. Egli aveva una logica convincente ed era un genio della divulgazione: descrisse i suoi esperimenti ed espose le sue idee in modo così chiaro e così suggestivo da conquistare la comunità colta d’Europa, che accettò, oltre ai suoi risultati, i suoi metodi”, ed ancora “La sua rivoluzione consistette nel mettere la induzione al di sopra della deduzione come metodo logico della scienza.
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